Relazione
Partecipo all’iniziativa di “Collina Est” come
dirigente scolastico responsabile delle scuole dell’Argentario.
Mi propongo di vedere se, per una volta, non siamo
noi che possiamo fare qualcosa nella e per la parte
di città in cui abitiamo, superando per un momento
l’abitudine di chiedere. Credo infatti che la
nostra Amministrazione comunale stia facendo bene quel
che deve per le scuole di base del nostro quartiere
di cui conosco qualcosa.
Non voglio dire che in assoluto qui siamo al meglio,
o che non sia possibile migliorare qualcosa. Purtroppo,
in passato le nostre scuole sono state costruite con
l’occhio attento molto ai regolamenti edilizi,
poco alle regole pedagogiche. Sono fatte per una scuola
in cui il maestro parla, l’allievo ascolta; non
per studenti in azione per costruire il proprio sapere;
non per il lavoro di equipe, ma solo per lezioni in
cui uno parla, gli altri ascoltano.
Perciò c’è molto, sempre, da fare,
rinnovare, adeguare. Però, guardando a quel
che succede intorno, si può ben dire che qui
a Trento siamo molto fortunati. C’è un
miglioramento quotidiano delle strutture scolastiche
che altrove ci invidiano. Noi siamo privilegiati, quanto
meno relativamente a quanto accade altrove.
La Roberta, che è maestra a Langhirano, patria
emiliana e ricca dei prosciutti, racconta che da loro
i genitori all’inizio dell’anno vengono
a scuola a dipingere le aule, perché il Comune
non ci pensa.
A Verona i bambini devono portarsi a scuola anche
la carta igienica.
A Mantova, ci spiega l’ispettrice Magnani, in
nessuna scuola c’è la cucina. Tutti si
mangia un pasto trasportato preconfezionato.
Nella colta Firenze, ci spiegano gli amici della Scuola
Città Pestalozzi, non ci sono bidelli. La cooperativa
delle pulizie cessa il suo servizio all’ultimo
giorno di scuola e lo riprende al primo.
A Hall in Tirol a mezzogiorno chiudono la scuola;
chi deve mangiare per il rientro pomeridiano, si arrangia
nei vicini Mc Donalds o si porta un panino.
A Dudley, in Inghilterra, una “Lady” da
sola controlla il passaggio in mensa di ottocento ragazzi
al self service. In altre città del Nord ricco
ho visto i bambini portarsi il pranzo a scuola nella
gamella: dalle 8 alle 16 o 17 con un piccolo pasto
portato da casa.
In tutta Italia i ragazzi delle media si pagano i
libri di testo; da noi sono gratis per tutti. Alle
elementari, diamo gratis anche la merenda delle 10.
Eccetera eccetera.
Per questo al Sindaco e all’Assessore all’Istruzione,
per il benessere della nostra comunità, almeno
di quella scolastica, io non vorrei chiedere per ora
più nessuna “cosa” speciale. Di
quelle, qui, ce n’è abbastanza. Sento
piuttosto bisogno che ora noi cittadini, insieme al
Comune, un modo più responsabile e autonomo
di essere cittadini, per usare al meglio e conservare
per il futuro la ricchezza che ci è messa a
disposizione.
Detto con parole più altisonanti: occorre individuare “nuove
forme di cittadinanza” per un benessere fondato
non solo su quel che ci dà l’amministrazione,
ma anche sulla partecipazione diretta di noi stessi
alla creazione del proprio stesso benessere sociale.
Parafrasando uno slogan famoso: non quello che può fare
il Comune per noi, ma quel che possiamo fare noi per
il benessere comune.
Un modo di partecipare alla gestione della cosa pubblica,
anche nella quotidianità, meno dipendente dall’Ente
pubblico, che ci porta a sempre chiedere pretendere,
rivendicare qualcosa, e più responsabile e autonomo.
Un modo che ci porti a sentire la porzione di Città in
cui siamo come una nostra personale proprietà,
da condividere con altri cittadini. Comportamenti quotidiani
più civili, meno dipendenti da regole e sanzioni
e controlli esterni, più invece fondati su una
regola interiorizzata. Un modo che consenta alla pubblica
amministrazione, fra l’altro, di consumare risorse
meno in ciò che i cittadini dovrebbero saper
fare da soli e di più nello sviluppo.
Qualcosa stiamo facendo nel nostro Istituto Comprensivo
nelle nostre scuole di Cognola, Martignano e S. Vito.
Non per caso abbiamo intitolato il Piano Formativo “Creare
legami”; un intero capitolo del quale riguarda
l’educazione alla cittadinanza e alla convivenza
civile.
Cerchiamo di educare gli alunni fin da piccoli, attraverso
gesti quotidiani come il cambiarsi le scarpe appena
giunti in aula, o il buttare in modo ragionato i rifiuti,
al rispetto dei beni della comunità, ad ascoltarci,
a rispettare le regole, a muoversi in autonomia; a
procurarci il più possibile da noi stessi un
benessere delle relazioni nella piccola porzione di
città in cui viviamo la nostra giornata.
Insomma: vorremmo abituare i bambini e noi stessi
come cittadini che sanno “prendersi su” dei
pezzi di benessere collettivo e attendere ad esso senza
ordini esterni, assumendoci ciascuno personalmente
una parte di responsabilità.
Scrive l’insegnante responsabile del nostro
Piano Formativo, discutendo questo intervento: “Forse
potresti aggiungere il tema della responsabilità personale
e sociale. Perché non sembrino buone azioni
o buoni propositi, di cui è pieno il mondo,
e si trasformino in azioni responsabili e consapevoli è necessario
che ciascuno risponda per sé ma anche verso
gli altri. Questo perché costruire comunità e
cittadini credo investa non solo un'azione individuale,
ma anche un'azione per appartenenza. Farsi carico,
non solo come prendere su ma anche come condividere
con, compartecipare ad un agire comune, per uno scopo
comune. Se agisco da solo mi prendo la mia responsabilità,
ma non ne capisco fino in fondo il senso; se agisco
perché capisco che è un bene condiviso,
comune e comunitario allora non prendo solo su, ma
do anche per...”.
Ora dovrei fare degli esempi su come potremmo in concreto
fare questa cosa: quali sono i comportamenti da cittadino
responsabile?
Ma qui il terreno diventa difficile. Ne verrebbe fuori
un elenco di buone azioni dal sapore dolciastro.
Certo, se il “prendersi su” non si traduce
in atti quotidiani, resta una chiacchiera. (“Un’idea,
fin che resta un’idea, è soltanto un’astrazione.
Se potessi mangiare un’idea…”, dice
la canzone di Giorgio Gaber). Però tante piccole “piccole
virtù” messe insieme, ce l’hanno
spiegato scrittori e cineasti, non fanno necessariamente
un grande cittadino.
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