Relazione
Partecipazione: un primo passo per fermare le guerre
Il mio nome è Massimiliano Pilati, abito a
Martignano. Sono militante di Rete Lilliput, una rete
di associazioni e persone costituitasi allo scopo di
costruire una più forte resistenza contro scelte
economiche che concentrano il potere nelle mani delle
imprese multinazionali e che antepongono la logica
del profitto a quella della dignità umana. Quest’ultima
viene attaccata e portata verso l’annichilimento
ogni giorno di più dalla guerra e dai conflitti
armati in generale. Per questo il mio impegno dentro
la Rete di Lilliput è incentrato soprattutto
sull’opposizione alle guerre, siano esse “giuste”, “sante”, “umanitarie”, “chirurgiche”, “difensive”, “offensive”, “legittime”, “illegittime” o “preventive”.
La guerra, oggi storicamente, fatta da chiunque, per
qualunque motivo, con qualsiasi arma, è sempre
e comunque il più grande crimine contro l’umanità.
Un punto di vista “lillipuziano”
Forse, dal punto di vista di chi governa (o almeno
questa è la mia percezione), io cittadino, non
ho la capacità di analisi internazionali precise
nei minimi dettagli. In occasione dell’intervanto
armato in Iraq, per il mio essere ostinatamente pacifista
sono stato indicato nel mucchio di “quelli che
non capiscono”. Non è così, so
che il politico lungimirante è colui che costruisce
la sua azione poggiandola su degli ideali condivisi
dai cittadini al cui servizio si è assunto l’impegno
di operare. Credo che la politica sia servizio e non
strumento per detenere il potere, cercando di perpetuarlo
il più a lungo possibile. In politica estera
l’ideale condiviso dai cittadini e proclamato
dalla Costituzione è quello della Pace, perciò se
c’è qualcosa che davvero non capisco è perché ogni
qual volta una parte politica sale al potere (e questo
riguarda anche le istituzioni locali, non solo il governo
italiano) essa debba piegare gli impegni per la Pace
precedentemente assunti alle esigenze di una Realpolitik
che si muove su binari decisamente diversi. Questo
ammetto amaramente di non capirlo… e forse di
non volerlo nemmeno capire.
Ormai è sempre più chiaro che le politiche
guerrafondaie di molti, troppi, governanti di questo
mondo richiedono un impegno continuo e diffuso di opposizione
quotidiana alle guerre. Non sarà più possibile
per la società civile limitarsi a delle re-azioni
a guerra già iniziata (anche se splendide come
nelle molte mobilitazioni della primavera 2003). Le
cittadine e i cittadini amanti della Pace dovranno
essere in prima fila e di esempio per tutto il movimento
dei movimenti, per le istituzioni e per i partiti nel
cercare di essere sempre più pro-attivi contro
le guerre e quindi sempre più attente e attenti
nel lavorare e nel contrastare i molti segnali che
conducono troppo spesso inevitabilmente ai conflitti
armati.
Sono convinto che il definitivo salto di qualità avverrà nel
momento in cui la collettività dei cittadini
(compresi i loro amministratori) prenderà coscienza
di come la violenza sia purtroppo elemento strutturale
di un sistema che si regge su una economia di guerra.
Ogni cittadino dovrà sentirsi attivo ed incidente
e ogni luogo dovrà e potrà essere protagonista.
Voglio credere che ciò cui abbiamo assistito
e stiamo assistendo sia l’alba di questa presa
di coscienza civile e istituzionale.
A mio giudizio, il primo dato che deve muovere il
mondo politico alla riflessione su temi legati a Pace/guerra è la
sensibilità dimostrata dalla cittadinanza trentina.
La manifestazione più evidente dell’atteggiamento
di partecipazione attiva al dibattito politico creato
dall’alternativa Pace/guerra è stata senza
dubbio la massiccia adesione di “cittadini comuni” alla
campagna “Pace da tutti i balconi!”. A
detta di molti osservatori Trento è stata una
delle città italiane con il maggior numero di
bandiere della pace sui suoi balconi. Non credo che
a muovere il gesto di esporre la bandiera della Pace
dalla propria finestra o la decisione di manifestare
in piazza siano state azioni mosse dal sentimentalismo.
La lettura che propongo mi porta a vedere nella popolazione
trentina il diffondersi di una cultura della Pace,
capace di uscire dall’indifferenza per le situazioni
di crisi che si verificano fuori dai confini nazionali.
Più di chiunque altro voi, politici cui ci
rivolgiamo in questa serata, sapete quanto sia difficile
produrre nella società civile dei gesti che
portino il singolo ad esporsi. Vi invito perciò ad
osservare ed analizzare senza atteggiamenti preconcetti
il moto che si è prodotto all’interno
delle coscienze con l’ultimo conflitto iracheno
o il sostegno e la vicinanza dimostrate dai trentini
durante il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta,
perché certamente c’è un motivo
se, nel momento in cui scrivo questo piccolo contributo,
ancora da molti balconi sventolano le Bandiere della
Pace, forse sbiadite, ma ancora ostinatamente presenti.
Molte sono state ritirate, altre ancora lo saranno
fra poco, ma sono convinto che ciascun cittadino che
l’abbia riposta in un cassetto non l’abbia
fatto perché si era convinto che la guerra in
Iraq fosse conclusa nel momento in cui cadevano a Bagdhad
le statue del dittatore Saddam Hussein.
Tutto questo mi porta a trarre due riflessioni. In
primo luogo sono convinto che se mai di nuovo si producesse
una situazione di tensione tale da prospettare all’orizzonte
un nuovo conflitto internazionale, le Bandiere della
Pace e le coscienze dei cittadini tornerebbero di nuovo
orgogliosamente ad essere esposte ed anzi, il loro
numero aumenterebbe ancora, spero fino al punto di
bloccare finalmente i venti di guerra. In secondo luogo
ritengo che i segni lasciati sulle coscienze di coloro
che hanno partecipato al movimento nato spontaneamente
per fermare la guerra sono rimaste segnate in modo
indelebile. Credo che il frutto più bello della
campagna "Pace da tutti i balconi!" sia aver
fatto comprendere una cosa fondamentale: che con il
contributo di tutti e di ciascuno, per quanto piccolo
possa sembrare. Insieme, cittadini e istituzioni, si
può arrivare a risultati grandi, a piccoli passi
e con sacrificio si possono modificare situazioni che
sembravano fuori portata. Ora è importante che
questa inestimabile ricchezza umana non si disperda.
Una Piccola proposta concreta: La trasformazione nonviolenta
dei conflitti locali
Solo attraverso la lenta via del dialogo e della riconciliazione
si possano cambiare le cose in questo mondo; sono convinto
che per avere la Pace occorra entrare nei conflitti
ed abitarli.
Anche se ritengo che le nostre istituzioni locali
dovrebbero essere più sensibili ai grandi problemi
internazionali e affrontare il problema della guerra
con sempre maggiore determinazione, trovo indispensabile
porre altrettanta attenzione nel momento di affrontare
i piccoli, medi e grandi conflitti locali. Sarebbe
assurdo accettare di lavorare con interventi nonviolenti
in Palestina, in Iraq e nelle zone di guerra e poi
adottare una mera politica di “repressione” nel
territorio di Trento.
Troppo spesso coloro che sono incaricati di “gestire” i
conflitti sono rappresentanti delle forze dell’ordine
che intervengono quando il livello della violenza è già alto,
senza spesso possedere strumenti alternativi alla (pur
talvolta legittima) forza. Sarebbe importante che anche
nel comune di Trento si cercassero e si sperimentassero
soluzioni alternative alla conflittualità sociale,
ai problemi di micro criminalità, di bullismo,
di disagio e devianza giovanile.
Ci sono già delle interessanti esperienze di
intervento nonviolento in varie parti di Italia. A
Bolzano, ad esempio, è attivo da qualche tempo
un laboratorio per la risoluzione nonviolenta dei conflitti
che opera anche in accordo col Comune e che interviene
in zone socialmente degradate dove piccoli problemi
causano situazioni potenzialmente pericolose.
Dopo che esperimenti del genere hanno dato ottimi
risultati in varie nazioni di Europa, anche in Italia
si vanno diffondendo percorsi per la formazione di
Centri per la mediazione e la gestione costruttiva
Conflitti (interpersonali e di lieve entità).
Ciò permette di "gestire" il conflitto
nella sua fase iniziale (quella che viene solitamente
ignorata dalle Istituzioni) evitando "escalations" pericolose.
Sarebbe auspicabile che anche a Trento si scelgano
delle soluzioni del genere.
Proposte concrete:
· attivare corsi di formazioni per mediatori
del conflitto;
· istituire anche a Trento un Centro per la
mediazione e la gestione costruttiva dei conflitti;
· continuare a sostenere e implementare le
iniziative già presenti sul territorio nell’ambito
dell’educazione al conflitto e alla pace;
· favorire percorsi formativi nelle scuole,
con l'obiettivo di far scoprire e sperimentare il conflitto
come momento di crisi, che, se gestito correttamente,
favorisce la crescita della persona.
“Una civiltà si rafforza con la sua determinazione
morale
molto più che con nuove armi.”
(Tiziano Terzani: lettere contro la guerra)
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