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Corso Mondialità

 

 


serata inaugurale del corso

 

 

con l'intento di:

  • proporre esperienze nuove e stimolanti a persone adulte
  • scoprire dinamiche e problematiche del fenomeno migratorio
  • capire le nuove sfide della cooperazione allo sviluppo
  • imparare a viaggiare responsabilmente
  • aiutare i paesi impoveriti ad effettuare scelte oculate
  • incentivare stili di vita più sostenibili

E' stato attivato un percorso rivolto ai “senior” diviso in tre fasi:

formazione culturale; sono state affrontate alcune tematiche in 5 incontri per un totale di 15 ore: globalizzazione e mondialità, sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale, interculturalità e immigrazione, turismo responsabile

formazione linguistica; elementi base della lingua straniera per un totale di 12 ore

stage conclusivo: al termine del corso teorico è stata prevista la possibilità, per i partecipanti che abbiano dimostrato interesse e coinvolgimento, di accedere a parziali borse di studio per soggiornare alcune settimane in Bosnia o in Brasile, con l’impegno a svolgere anche parzialmente, progetti in corso di realizzazione da parte delle Associazioni Tremembè e Prijedor.

 


corso Mondialità edizione 2004-05

 

All'edizione 2004-05 hanno partecipato 35 persone:

Andreatta Bruna
Barella Donata (tutor)
Bettini Laura
Brugnara Giovanna
Candelma A.Maria
Caruso Sonia
Cattaneo Flavio
Cicolini Lia
Corazzola Michelina
Dalì Renzo
Debortoli Eugenia
Debortoli Maria Grazia
Dori Luciano
Dorigatti Luciano
Ebli Luisa
Endrizzi Giovanna
Franceschini Franca (tutor)
Francesconi Sandra
Fronza Carlo
Gallone Carmela
Garbuio Annamaria
Giacomuzzi Clara
Gretter Paola
Kanellopoulou Stavrula
Krieg Karin
Luchetta Anna
Maffezzoli Silvano
Micheloni Giovanni
Nappi Felice
Pasqualetti Licia Maria
Pederzolli Daniela
Pedrotti Tullia
Pocher Severino
Postal Elisabetta
Ramponi Luigi
Rinaldi Renato
Santamaria Chiara
Stefani Armando (coord.)


Anna Maria illustra l'attività del suo gruppo

 

Di seguito alcune riflessioni di fine percorso sulle seguenti tracce:

Cosa mi lascia il percorso formativo seguito
Come immagino l’esperienza del viaggio dentro il mio percorso di vita


* * * *

Desidero congratularmi per questo corso rivolto agli adulti. Mi sembra molto positiva l’intuizione di coinvolgere persone anche della cosiddetta “terza età”; persone che nonostante l’età ma forse proprio per questo, possono essere disponibili, attive, entusiaste, sagge.

I quesiti proposti mi hanno indotta a molte riflessioni: ne espongo alcune in sintesi.

Il corso mi ha confermato nella concezione del viaggiare come ricerca, conoscenza, incontro comunicazione. Viaggiare in libertà: confondersi tra la gente, sentirla, viverla.
Ciò può essere sviluppato al meglio quando il viaggio si svolge con viaggiatori responsabili e consapevoli dell’influsso sia positivo che negativo che il turismo ha sulle persone e sull’ambiente.
Il percorso deve essere quello della (ri) scoperta di un viaggiare più a misura d’uomo, nel rispetto di se stessi e degli altri, con la curiosità e il desiderio di incontrare e comunicare con le persone nel loro ambiente globale, in un clima di reciprocità.
Importante diventa l’opera continuativa della cooperazione solidale sul territorio, per una crescita consapevole responsabile delle persone che viaggiano e che accolgono, per uno sviluppo di percorsi di maturazione e di crescita progettuale.

Sono una viaggiatrice da molto tempo. Ho sempre avuto un forte desiderio di conoscere e scoprire nuove realtà. Mi vengono in mente le prime gitea Venezia: come mi beavo stare in mezzo a tutta quella gente dalla provenienza più diversa; guardarla con curiosità; ascoltare quegli idiomi incomprensibili; fantasticare sul mondo.
Le esperienze dei viaggi, sia quelle gioiose ed esaltanti, sia quelle di povertà e sofferenza, fanno parte del mio percorso di vita e credo che mi abbiano influenzata positivamente in vario modo.
Il Brasile è sempre stato nel mio immaginario e nei miei progetti di viaggio, finora rimasti tali. Come spesso succede con ciò che ti emoziona particolarmente, ho continuato a rinviare, con motivazioni abbastanza banali, l’incontro con questo antico “continente”, crogiuolo di elementi vitali, di aspetti armonici e contrastanti, di ricchezza e povertà, di miseria ed allegria, polmone di questo mondo.

Ora ho maturato il tempo per poter andare a conoscerlo, con calma e con amore.

* * * *

E’ stata un’ulteriore occasione di approfondimento rispetto alle tematiche legate ad uno sviluppo sostenibile nell’era della globalizzazione.
E’ stato un momento “forte” di riflessione ed una opportunità per cominciare a porsi in modo più critico rispetto alle logiche dell’economia occidentale.
Mi è spiaciuto non aver partecipato all’ultimo incontro, costretta a letto per una forma influenzale.
La “Carta d’identità per viaggi sostenibili” mi ha fatto aprire gli occhi su quanto il turismo possa recare ricchezza ma anche “povertà”.
Un’altra opportunità offerta dal corso è stata quella di aver conosciuto tante persone, dai partecipanti, ai docenti, agli organizzatori, con la possibilità di tessere una rete di rapporti e relazioni per il futuro.

Il mio desiderio è quello di poter contribuire concretamente ad organizzare viaggi sostenibili, iniziando a partecipare come “allieva” e successivamente, se acquisisco delle competenze, a potermi inserire in qualche realtà e contribuire concretamente alla diffusione di una cultura turistica diversa, più attenta e responsabile. Il tutto però spostato a fine 2005.

* * * *

Desidero iniziare queste riflessioni sul corso al quale ho partecipato, esprimendovi il mio ringraziamento per avermi dato l’opportunità di approfondire la mia conoscenza su alcuni temi di grande importanza. In particolare, durante l’incontro sulla “diversità tra culture”, riguardo all’argomento dell’immigrazione, ho trovato molto interessante ascoltare la descrizione delle esperienze personali dei relatori. L’incontro sulla “cooperazione internazionale” ha rafforzato in me la convinzione dell’assoluta necessità di tener presente e valorizzare le particolarità, le risorse umane e materiali locali. Mi sento inoltre di condividere pienamente tutto ciò che è emerso nel corso dell’incontro sul “turismo responsabile”. Sono stati affrontati anche temi a me finora quasi sconosciuti, come quello trattato nell’incontro su “globalizzazione e stili di vita”, che per me è stato forse il più difficile.
Un giorno, leggendo il quotidiano “L’Adige”, mi ha colpito molto l’articolo intitolato “Si, viaggiare: per gli altri e fuori età”. Si è trattato per me della prima occasione di conoscere l’Associazione Tremembè, e dell’intenzione di organizzare un corso sulla “Mondialità e Cooperazione Internazionale” e, soprattutto, di dare ai partecipanti l’opportunità di vivere un’esperienza nei Balcani o in Brasile. “VIVERE UN’ESPERIENZA”….ecco come poche parole possono descrivere bene cosa significhi per me “viaggiare”!
Le esperienze più significative della mia vita riguardo ai temi trattati nei vari incontri sono state spesso legate ad una “viaggio”:

Viaggio in Bielorussia (2001), per andare a toccare con mano la situazione e le condizioni di vita dei bambini che, da 8 anni, ospito nella mia famiglia per un mese all’anno.
Viaggio in Mozambico (2002), dove ho vissuto per un mese un’esperienza indimenticabile in un centro di accoglienza per bambini.
Viaggio in Spagna (Camino de Santiago, 2003), come aiutante nel servizio ristoro-cucina che ha accompagnato il pellegrinaggio di 150 ragazzi trentini.

In queste ed altre occasioni ho maturato la mia particolare idea sul significato di “viaggiare”.

Ho lavorato per oltre 20 anni come infermiera in un reparto psichiatrico, da sette anni sono in pensione, ma da cinque ho deciso di riprendere a lavorare part-time in un centro riabilitativo, sempre nell’ambito della salute mentale. Sono sposata e ho tre figli, di 26, 21 e 17 anni, ed ora, considerandoli ormai “grandi”, penso finalmente di poter soddisfare il mio forte e innato desiderio di conoscere e scoprire me stessa attraverso gli altri.
Credo molto nel “gruppo”, infatti mi ritrovo da sempre a far parte di associazioni di volontariato e comitati vari a livello locale. Anche questo corso, seppur breve, mi ha dato la sensazione positiva di far parte di un gruppo, e ora sento che l’esperienza di viaggio che andrò ad affrontare potrà farmi sentire ancora una volta protagonista in un percorso di vita. Già da tempo mi attira l’idea di conoscere il Brasile, e in questa occasione vorrei poter vivere un’esperienza di condivisione sia con il gruppo che partirà con me che con chi troverò sul posto, possibilmente mettendomi a disposizione degli altri (magari nell’ambito di una vacanza-lavoro).

* * * *

a) Ho deciso di partecipare a questo corso “Mondialità e Cooperazione Internazionale” innanzi tutto per cercare di capire e di approfondire un argomento a me molto caro, la natura, la solidarietà sotto tutti gli aspetti. Nel poco tempo che riservo a me stessa, solitamente seguo molto l’informazione su questi temi, sia televisiva - che purtroppo è minima - sia giornalistica. Il mio motto è sapere per poi saper dare quel poco nel nostro piccolo.

Alla presentazione del corso il mio primo pensiero non è stato il viaggio, anche perché mi sembrava impossibile partecipare, ma l’approfondimento della materia che ho seguìto con molto interesse, pur vivendo rispettando per quanto è possibile la natura, il genere umano che mi circonda, con i loro usi, costumi e religioni, ma che si può dare sostenibilità, parola a me nuova, modo diverso di solidarietà a popoli, nel Paese in cui vivono. Se devo dare un giudizio sul corso devo dire che per me è stato molto interessante, con ottima preparazione degli oratori e dell’organizzazione del corso.

b) Devo dire che ho viaggiato pochissimo nella mia vita, ho sempre rinunciato per gli altri, il mio desiderio era viaggiare ma per conoscere, il modo di vivere, le culture dei vari Paesi: mi sento veramente una cittadina del mondo! La mia cultura è sempre stata quella dell’accoglienza, della multiculturalità. L’esperienza di questo viaggio rafforzerà sicuramente questa mia cultura, mi darà modo di intraprendere delle nuove conoscenze, di poter dare quello che sono in grado di offrire a queste, di mia esperienza. Nella vita di tutti i giorni poi potrò trasmettere a quelle persone che mi circondano l’esperienza fatta, in modo che le stesse abbiano desiderio anch’esse di fare la mia stessa scelta. Lavoro con i bambini ed ho trasmesso loro la cultura del rispetto per la natura e per gli altri, anche i genitori sono indirizzati a questo e vedo quanto sono interessati a quanto comunico loro. Mi sono chiesta durante il corso “non potrebbe essere materia di studio nelle scuole?”. I genitori sono molto influenzati dai bambini, oggi più che mai su ciò che viene insegnato loro a scuola.

* * * *

a) Mi sono piaciuti molto gli interventi di Maddalena Di Tolla e soprattutto di Michele Nardelli che mi hanno lasciato parecchi spunti su cui andare avanti a capire ed indagare.Gli incontri con Mario Stolf e Chiara Ghetta hanno toccato argomenti per me già in parte percorsi.

Per la relazione economica non sono sufficientemente preparato per apprezzarla.

b) Per la mia abitudine ad una curiosità di cercare di capire l’esterno, credo ci sia in tutto (rapporti con le persone, lavoro, viaggi) la mia necessità di comprendere cosa mi trovo di fronte.

I miei lavori in giro per il mondo per provare a capire realtà diverse, i miei viaggi in Africa per provare a capire mentalità diverse.Finora il mio individualismo mi ha sempre portato ad una forte responsabilizzazione di scelta di percorsi.

Temo il delegare come alibi per deresponsabilizzarsi dal nostro dovere di provare a capire, ma mi ostino a cercare un associazionismo che non caschi in questo errore: il mio impegno nel volontariato in ambito handicap sia fisico che psichico tramite shiatzu ne è la dimostrazione.

* * * *

Ho seguìto con interesse e curiosità il corso formativo sopra citato, svoltosi dal 26.11.2004 al 27.01.2005 a Trento, organizzato dalle associazioni Prijedor e Tremembè Onlus.

Le tematiche trattate nei vari incontri sono state utili come chiave di lettura di fenomeni di grande attualità emergenti nell’ambito del contesto mondiale.

I mass media parlano sempre più spesso di sviluppo sostenibile, ma il concetto in molti casi non è spiegato bene, e di conseguenza non è recepito in maniera chiara.

La relatrice che ha trattato questo argomento ha dato informazioni semplici, ma con esempi molto esaustivi, su come deve essere inteso e perseguito questo progetto.

Ogni cittadino può diventare parte attiva nel sostenere questo specifico sviluppo che tende a realizzare i bisogni dell’uomo nel rispetto delle risorse disponibili e delle specie viventi.

Un altro tema svolto molto bene nel corso è stato quello inerente la cooperazione internazionale e le varie problematiche ad essa connesse.

Anche questo è stato un argomento da cui sono emerse considerazioni nuove ed interessanti sul concetto di paesi poveri e paesi ricchi, su come vengono gestiti i progetti diretti verso i paesi meno sviluppati, su come queste gestioni potrebbero essere migliorate.

Le argomentazioni del relatore hanno trasmesso, penso in più d’una persona, il desiderio di collaborare con le associazioni che nel territorio della nostra provincia operano nell’ambito di queste iniziative.

Il programma del corso ha previsto anche una relazione sul tema del turismo responsabile, argomento che sta introducendosi da qualche anno nella nostra società del benessere.

Condivido l’idea che il turismo di massa, in molti casi facile da intraprendere dai vacanzieri nella formula “mordi e fuggi” non porti ricchezza ai paesi del terzo mondo e non porti conoscenza ai fruitori. Si avverte da parte di più persone la necessità di trovare una forma di turismo che porti beneficio alle popolazioni locali ed arricchisca le nostre esperienze personali con il contatto tra culture diverse.

Da qualche anno ho sviluppato una certa sensibilità circa l’idea di un turismo diverso da quello offerto dalle agenzie di viaggio. Ho seguìto recentemente una relazione dell’antropologo Duccio Canestrini dal titolo “Partire è un po’ capire”, dove il viaggio è inteso come momento di conoscenza.

L’esperienza di un soggiorno in un paese definito “povero”, in una struttura gestita da persone locali, è per me una novità. Il mio interesse è rivolto alla conoscenza dell’organizzazione sociale di quella micro società con cui si entrerà in contatto, dei bisogni che emergeranno e di quello che si potrà fare per essere utili a questa gente.

Mi sembra anche che sia importante l’aspetto dell’arricchimento culturale che nascerà da un interscambio di conoscenze tra la cultura di noi italiani-trentini e la popolazione di quel paese.

Penso che l’esperienza di un viaggio fuori dal turismo di massa comporti un cambiamento nella concezione di fare viaggi ed apra nuove possibilità di cooperazione tra persone che vivono in paesi molto diversi.

* * * *

I T A C A

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li rizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via:
e siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell’Egitto,
ad imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre in mente.
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri anni, che vecchio
Tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato un bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti in più.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’ Itaca.

Certo la metafora del viaggio è così ben definita da questa poesia di Costantino Kavafis (TA ITOIHMATA 1919-1933 IKAPOE EKAOTIKH ETAI PIA) che si potrebbe usare come emblema del turismo responsabile, di là da tutti i libri che sull’argomento si sono scritti negli ultimi anni.

Indubbiamente essi danno un grosso contributo all’evoluzione dei ragionamenti intorno all’economia, alle differenze tra Paesi ricchi e poveri, al come muoversi nel mondo globalizzato (in una sola direzione), senza “disturbare” il luogo visitato.

Tutto concorre a creare una mentalità da viaggiatore e a dismettere la veste di “turista” che in certe parti del mondo assume, addirittura, una connotazione di perversione.

La verità è che quando si affrontano i temi della mondialità e cooperazione ci si accorge improvvisamente di quanti errori si siano commessi nel viaggiare, nelle scelte delle mete, nella convinzione di avere cercato un’opzione giusta, alternativa.

In un recente viaggio, in alcune isole spagnole, ci siamo trovati in un albergo dove ci capivano meglio se si esprimeva in tedesco e nei negozi vicini, gestiti spesso da stranieri e non da gente del posto, le insegne recitavano “Apoteke, Kaufhof”: allibiti credevamo di essere a Monaco di Baviera e di aver sbagliato volo.

Ci siamo ripresi, cercando altrove, in altre località, qualcosa di più autentico, ma la scelta, operata in fretta, ormai era fatta.

Un piccolo e banale esempio, ma nel presente, saremo in grado di realizzare scelte più accurate, preparando il viaggio e agendolo in modo da riportare a casa non solo qualche bella foto, ma qualcosa di più autentico, come il fatto d’essere stati utili alle popolazioni locali, avendo lasciato loro un poco del nostro denaro, del nostro tempo e soprattutto di noi stessi?

Le obiezioni più comuni saranno “ma io voglio riposare….se si deve lavorare….come sarà la sistemazione….potrò lavarmi….e se poi non mi piace….”.

Il viaggio è fatica, è scoperta e quindi abbandonare la comoda via delle indicazioni date dal tour operator, per seguire quella di viaggiare con compagni cui ti accomunano le idee e che scelgono il turismo responsabile, fa parte della scelta in sé, del motivo del viaggio e del viaggio stesso.

Solo avvicinando la gente, parlando, anche a gesti, si possono capire le “cose”, vedere le differenze, farle proprie, aprirsi e portare via sorrisi, strette di mano e promesse di ben presto rivederci, in altre situazioni ci sarebbero soltanto i saluti convenzionali del personale della reception e del responsabile in loco dell’agenzia viaggi.

Dopo quest’esperienza mi aspetto, data la maggior consapevolezza acquisita, di affrontare in modo più maturo tutte le esperienze di viaggio e in particolare di scegliere quelle più convenienti alla mia maturazione personale.

Si abbandona quindi il sentiero delle noiose certezze, per una strada dove sarà, forse, più facile incespicare, ma avverrà qualcosa di magico e coinvolgente la cui simbolica fatica si mostrerà indubbiamente appagante da tutti i punti di vista.

Il percorso con l’associazione Tremembè, di cui ho visto gli albori e poi la nascita, senza poi, colpevolmente praticarne le vie, è tutto da scoprire, è un’avventura nell’avventura, un viaggio nel viaggio; adesso mi affascina e mi stimola e solo strada facendo saprò delinearne i contorni e darne un giudizio.

Da qui in avanti spero di esser più consapevole nelle mie scelte di viaggio, di porre ancor maggior attenzione alle culture, alle persone, ai luoghi, nella speranza di portare la piccola goccia d’acqua del colibrì a spegnere l’incendio.

Ancora una considerazione: perché parlare del viaggio e non dello sviluppo sostenibile, della cooperazione comunitaria, dell’ecologia?

In ultima analisi, note le considerazioni e le teorie, tutto conduce, per noi non addetti ai lavori, al muoversi, all’esperienza di Tremembè o di Prijedor, al viaggiare consapevoli di viaggiare, per conoscere, per sentire e perché no, per amare.

* * * *

Confesso che quando mi sono iscritta al corso non avevo grandi aspettative: l’ho fatto per incontrare gente nuova con cui confrontarmi su idee e problematiche che coltivo da una vita e perché mi si offriva l’occasione di imparare un po’ di bosniaco che mi permetterebbe di comunicare in modo diretto con una proroga della guerra serbo-bosniaca, da me adottata tramite la Casa per la Pace.

Sui contenuti del corso non avevo molte curiosità perché ritenevo, forse con un po’ di presunzione, di avere già un buon bagaglio di conoscenze ed esperienze.

A conclusione degli incontri devo ammettere che tutte le relazioni sono state uno stimolo e un arricchimento, vuoi perché le questioni trattate e i dati forniti erano ben aggiornati, vuoi per l’entusiasmo e la capacità di motivare che i relatori hanno saputo trasmettere a noi corsisti.

Le aspettative sulla socializzazione, invece, sono rimaste insoddisfatte, in gran parte per motivi non imputabili all’organizzazione, ma a vincoli personali. Agli organizzatori mi permetto comunque di far presente che un’interruzione/ intervallo durante le relazioni avrebbe aiutato ad approfondire la conoscenza tra i partecipanti.

Cooperazione internazionale e globalizzazione e stili di vita sono state le relazioni che più mi hanno lasciato idee “nuove”.

Sulla cooperazione internazionale avevo già sentito delle voci di dissenso. In particolare avevo sentito ad un convegno un medico nigeriano lamentare il fatto che gli aiuti delle ong sono invasivi, che non ci si preoccupa della sostenibilità dei progetti, che spesso i destinatari degli interventi vengono aiutati a svilupparsi, ma non a liberarsi. D’altro canto, sempre nella stessa circostanza, avevo sentito una donna equadoregna sostenere che nel regime autoritario duro e assolutamente non rispettoso dei diritti umani quale è quello dell’Equador i rappresentanti delle ong, con la loro presenza nel paese arginavano un po’ il dilagare della prepotenza di matrice governativa. Sono i pro e i contro della questione, una realtà sfaccettata che forse non è da scartare in blocco.

E tuttavia la lucida analisi di Michele Nardelli è stata molto convincente nel mostrare come sia ormai maturo il tempo di rivedere l’idea di cooperazione come trasferimento di risorse, sostituendola con quella di cooperazione basata sul rapporto tra comunità, che aiuti ad elaborare i conflitti.

Del tutto nuova, per me, l’idea che sia da fare cooperazione con gli USA per liberarli dalla loro ossessione di voler dominare il mondo.

Interessante pure l’accenno ai motivi del crollo della ex-Jugoslavia e dello scoppio delle guerre cosiddette “etniche”, oltre al concetto che la globalizzazione ha scardinato l’idea della divisione tra Nord e Sud del mondo e la va sostituendo con la divisione tra ricchezza e povertà.

Anche la relazione sulla globalizzazione e sili di vita, molto ben articolata, è stata, secondo m, di grande interesse. Mi è piaciuta l’impostazione “tecnica” dell’intervento, l’attenzione al ragionamento non influenzato a priori da giudizi morali o dal bisogno di sostenere una tesi precostituita.

Dal discorso è comunque emerso con chiarezza quanto iniqui siano, per esempio, gli effetti della globalizzazione commerciale nei paesi del Sud per l’uso, da parte dei paesi del Nord, di strumenti come i dazi e i sussidi, volti a vanificare la concorrenzialità dei prodotti del Sud. Per non parlare della globalizzazione finanziaria, totalmente priva di vincoli in quanto per il trasferimento di denaro non ci sono ostacoli, - basta una rapida operazione a computer – e che crea perciò una sperequazione ancora maggiore tra i paesi ricchi e poveri.

Allora, poiché il credito è fattore fondamentale di sviluppo e poiché i paesi poveri non hanno accesso al credito, per opporsi alla globalizzazione e ai suoi effetti devastanti si è creata, tra le altre cose, la microfinanza, un sistema di prestiti messo a punto per incentivare una microimprenditorialità tra persone di paesi poveri, che altrimenti non avrebbero modo di procurarsi i soldi per avviare un’attività, viste le regole delle banche tradizionali. Si tratta di una realtà in espansione: nelle società locali che fanno microfinanza si vanno inserendo, con investimenti tramite fondi d’investimento, anche soggetti bancari USA ed europei (recentemente si è inserito un colosso finanziario amburghese, la DEXIA?).

Un altro punto interrogativo mi è rimasto riguardo all’argomento diversità tra culture.

Fino a quando sarà vero, ammesso che lo sia ancora, che c’è più domanda che offerta di persone che lavorano nell’industria e quindi gli immigrati non “portano via” il lavoro agli italiani? Con la delocalizzazione che avanza di giorno in giorno arriverà presto il momento in cui i lavoratori italiani vedranno nei lavoratori stranieri dei concorrenti. Secondo me è una questione che va affrontata con onestà e competenza dalle forse aperte della società, facendosi carico delle paure dei nostri lavoratori. Forse siamo davvero al punto di dover assumere un cambiamento di prospettiva nel considerare certi problemi sociali non più determinati dalla divisione tra Nord e Sud del mondo, ma tra ricchezza e povertà, come un tempo che credevamo ormai definitivamente trascorso.

Resterà certamente anche la paura dello straniero legata al fatto che è un diverso da noi e su questo la relazione di Stolf è stata un utile strumento di analisi e riflessione, come pure è stato utile sentire dalla viva voce di un immigrato macedone il racconto delle sue vicende di migrante e delle sue difficoltà di inserimento nella società trentina.

Lo sviluppo sostenibile e il turismo responsabile sono gli argomenti sui quali avevo meno aspettative di apprendere cose nuove, ma è stata comunque interessante la riflessione collettiva, corredata da cifre e dati, soprattutto sulla vastità e sul peso del fenomeno turistico.

Altrettanto interessante dev’essere stata, per chi non lo conosceva già, la presentazione di Tremembè come esempio concreto di turismo responsabile.

In conclusione la mia valutazione sul corso è positiva, pur con qualche riserva sul versante socializzazione.

Viaggiare ha sempre significato per me andare alla ricerca di un “altrove”, per entrare in contatto con luoghi, popoli, tradizioni diverse dalla mia.

Il viaggio in Bosnia lo immagino più facile di altri viaggi perché dovrebbe portarmi in una realtà in cui non esiste la difficoltà del primo approccio, essendovi già stati molti contatti tra gli organizzatori e noi viaggiatori alla prima esperienza. Dovrebbe essere, a quanto ho capito, un’esperienza in una situazione “protetta”.

Per quanto mi riguarda, non avrò il timore dell’ignoto, ma neanche il fascino della scoperta, che è per me una componente molto importante del viaggiare, perché attraverso quelle terre sono passata parecchie volte quando si chiamavano ancora Jugoslavia.

In compenso mi aspetto di riuscire a instaurare relazioni umane solidali e durevoli, in una realtà già a questo predisposta. Un incontro tra persone e comunità, con il solo scopo di conoscersi, consapevoli che ognuna ha qualcosa da dare e da ricevere.

Certo, non mi illudo che subito, al primo incontro, la comunità ospitante ci accoglierà a braccia aperte. Ci vorrà tempo e pazienza per superare diffidenze e indifferenza, ma io, come pensionata, ho la fortuna di poter disporre di quella grande ricchezza che è il tempo libero e sono quindi vivamente interessata a fare quest’esperienza.

* * * *

Il corso di formazione appena concluso ha richiamato la mia attenzione sui già noti problemi legati alle dinamiche della globalizzazione, al fenomeno migratorio ed alle diversità tra culture.

Molta amarezza per i tragici dati che confermano il poco interesse rivolto dai Paesi industrializzati alla Cooperazione Internazionale ed i conseguenti scarsi fondi destinati alle numerose persone prive di mezzi di sussistenza ed obbligate a passare negli stenti la loro vita terrena, gente che – come direbbe Oscar Wilde – “esiste e nulla più”.

Pur cosciente che le singole persone poco possono pesare sui destini del mondo, il proposito personale è di continuare, nel tempo residuo di vita terrena che verrà concesso, a svolgere – con il pensiero, con la parola, con l’azione anche nel volontariato – nei confronti dei terzi (parenti, amici, conoscenti anche occasionali) opera di esternazione e valorizzazione dei reali problemi umanitari in argomento, al fine di portare un aiuto seppur indiretto a queste popolazioni.

E’ per me importante che nel nostro mondo edonistico le persone apprendano, ripetano e mettano in pratica un messaggio di fratellanza, di rispetto e di condivisione delle risorse mondiali, nella convinzione che si potrà pervenire in un futuro ad una vera Pace tra i popoli.

Premetto che in merito ai viaggi, offerti come possibilità per i corsisti di entrare in una cultura diversa, pur apprezzando le motivazioni e lo sforzo organizzativo, devo segnalare la mia rinuncia per motivi sia personali che familiari.

In passato tanti miei viaggi sono stati effettuati con un’ottica ed attenzione molto vicina ai princìpi che ispirano il “Turismo Responsabile” e credo quindi nella validità di queste iniziative.

Ritengo che – se affrontati con spirito di sacrificio, con attenzione agli altri partecipanti ed alle persone che si andranno ad incontrare – diventano un’esperienza molto positiva ed opportuna al fine di “ricaricare le batterie” per continuare il personale viaggio terreno nella propria realtà locale con un costante, intimo pensiero e riferimento alla fratellanza mondiale.

* * * *

Ho iniziato questo corso con curiosità e anche un po’ di timore, il titolo “Mondialità e Cooperazione Internazionale” mi incutevano soggezione.

Al momento dell’iscrizione, ci venne chiesto il motivo della scelta di questo corso, e ripensando alla risposta che diedi, mi sembra di poter riconfermare le stesse cose e dire che è sempre importante cogliere le opportunità che vengono offerte per riflettere sui problemi del giorno d’oggi, anche quando non si sa o non si capisce bene dove ti conducano. E’ un’occasione che ti viene offerta per fermarti, riflettere e leggere assieme a persone competenti la realtà che ci circonda, o che spesso pare più lontana di quello che pensiamo, e tentare di aggiungere un tassello a quel puzzle che ci si costruisce tenendo presente che le situazioni cambiano velocemente (es. la tragedia di questi giorni in Asia, impensabile solo un mese fa).

Le tematiche trattate erano tutte piuttosto difficiline, vuoi per la complessità dell’argomento, vuoi per la terminologia che si usa, dando per scontato che si conosce il significato o perché sono ormai termini che nelle conversazioni si usano abitualmente.

Sicuramente mi ha resa ancora più consapevole della complessità dello scenario mondiale, del fatto che nessuno ha risposte pronte o soluzioni prefabbricate ma che queste vanno cercate di volta in volta, lavorando ed elaborando le esperienze precedenti.

Sicuramente questo mi sprona a cercare di capire sempre più la realtà che mi circonda, a non accontentarmi di una lettura superficiale degli avvenimenti, pur rendendomi conto che gli strumenti di informazione non sempre sono i più adatti o esaustivi.

Provo a rispondere alla seconda domanda.

Quando all’inizio del corso si ipotizzava la possibilità di poter fare un viaggio in Brasile o nei Balcani, subito mi sarebbe venuto di scegliere il Brasile, pensando al mare splendido, alla gente aperta e tante altre cose, mi sembrava un viaggio più “facile”. A causa degli impegni familiari che non mi consentono di assentarmi un mese, ho chiesto così l’opportunità di poter visitare i Balcani dove sicuramente da sola o con la mia famiglia non sarei andata.

In questi anni ho avuto la fortuna di girare e conoscere paesi nuovi, ma mi rendo conto che questo “viaggio” lo vivo diversamente. Sono ancora molto vive in me le immagini della guerra, le violenze che questo popolo ha subìto e fatto, e non riesco a concepire il soggiorno in questi luoghi come una classica vacanza.

E’ per me una fortuna poterlo conoscere accompagnata da persone che già hanno frequentato questi posti; è un’occasione per addentrarmi in questo territorio sconosciuto.

* * * *

Voglio ringraziare tantissimo chi ha organizzato questo corso, che mi ha dato la possibilità di approfondire argomenti che già da un po’ di tempo stimolavano il mio interesse, senza trovare l’iniziativa giusta per fare il primo approccio.

Penso di vivere rispettando l’ambiente, nel senso che evito sprechi ed eccessi, mi tengo abbastanza informata leggendo quotidiani, riviste e pubblicazioni varie, ma ho scoperto che l’informazione che arriva alla maggioranza della gente riguardo a queste tematiche è piuttosto scarsa se non fuorviante.

Ho appreso con un certo senso di impotenza che le risorse e le energie del nostro pianeta sono in mano a 7 multinazionali che le gestiscono solo in funzione del loro profitto, distruggendo l’equilibrio fra natura e uomo, unica possibilità di sopravvivenza dell’umanità e di come noi occidentali industrializzati e cosiddetti civili consideriamo rozze e sottosviluppate quelle piccole comunità tribali e tradizionali che adorano il sole, fonte di energia vitale e vivono in armonia con la natura rispettandola e temendola dimostrandosi così molto più lungimiranti di noi. La sconvolgente tragedia del Sud-est asiatico ci pone l’angosciante dubbio che se le grandi multinazionali non avessero contribuito a distruggere il territorio naturale e originale, creando modelli di sviluppo che hanno prodotto rotture di equilibri e nuove povertà solo per proprio tornaconto, non curandosi assolutamente del progresso e dell’interesse delle popolazioni locali, il tragico evento avrebbe avuto un impatto meno catastrofico e meno doloroso.

Ho capito che la nostra diffidenza verso gli immigrati si chiama paura e che la nostra ostilità è solo frutto di insicurezza e di schemi mentali irrigiditi. Pensiamo di dover mettere in discussione le nostre fragili certezze accogliendo chi è diverso per cultura o colore della pelle, inibendoci così la possibilità di stabilire relazioni che porterebbero ad un arricchimento reciproco e a d una veduta più ampia del mondo. Dimenticandoci fra il resto troppo velocemente il percorso di sofferenza e miseria che solo qualche decennio fa ha visto protagonisti moltissimi nostri connazionali, e non tutti onesti lavoratori.

Alcuni esempi delle loro gesta ci fanno ancora vergognare di appartenere alla loro stessa nazione.

Mi ha entusiasmato l’intervento di Michele Nardelli. La sua idea di “Cooperazione Comunitaria” è coinvolgente e stimolante. L’esposizione dettagliata delle cause della crisi della cooperazione internazionale, cioè il taglio del finanziamento da parte dei governi, la militarizzazione degli interventi, il trasferimento delle risorse, la cosiddetta globalizzazione (che ha scardinato quello che era il sistema di fare cooperazione), ci fa riflettere sul perché c’è bisogno di ripensare al concetto di Cooperazione Internazionale.

Per avvicinarsi alla sofferenza di popolazioni meno fortunate e essere di aiuto, è necessario avere più attenzione e rispetto delle culture locali, creare le possibilità per la ricostruzione degli equilibri e della riappropriazione dei territori, stimolando lo sviluppo locale autosostenibile e la capacità di autogoverno. E’ confortante sapere che la nuova legge provinciale della provincia di Trento, dà un segnale importante in questo senso.

Anche il microcredito rappresenta un fattore fondamentale per aiutare lo sviluppo economico di questi territori perché dà la possibilità di accedere a crediti anche alle persone che non hanno le garanzie richieste dai normali istituti di credito. E’ molto interessante venire a conoscenza che le principali destinatarie dei programmi di microcredito sono le donne, che utilizzano il denaro guadagnato per l’educazione e l’istruzione di figli.

Su questo pianeta, 53 Stati con 1 miliardo di abitanti che hanno un reddito pro capite annuo di 27.000 dollari, hanno accesso al 93% delle risorse finanziarie, agli altri 5 miliardi con un reddito che va da 430 a 1.750 dollari rimane solo il 7%.

E’ utopia pensare che ci possa essere un futuro in cui le risorse siano equamente condivise e che ogni essere umano che nasce abbia le stesse opportunità di salute, dignità e felicità. Ma anche sognare e sperare fa parte dell’essere umano.

Ho trovato infine molto interessante ed esauriente l’intervento di Chiara Ghetta sul turismo responsabile. Seguo questo tema da qualche anno, leggo le pubblicazioni di Duccio Canestrini e ho partecipato ad alcune sue serate informative.

Molti turisti pensano di essere dei grandi viaggiatori solo perché si spostano da un villaggio turistico all’altro della terra. Credono di aiutare lo sviluppo locale perché vedono che alcuni lavoratori dei villaggi sono abitanti del posto. Sono convinti che la vacanza sia sinonimo di “assoluto far niente” possibilmente con tutte le comodità.

I mass media non informano sufficientemente e non sensibilizzano abbastanza la gente per incentivare una forma di turismo più responsabile, ma ovviamente c’è il sospetto che i grossi tour operators internazionali si adoperino affinchè questo non avvenga.

Queste sono sinteticamente alcune cose che ho imparato ed alcune riflessioni che ho maturato frequentando il corso.

Io non ho viaggiato molto perché gli impegni di famiglia, di lavoro e forse anche la mancanza della compagnia giusta non me lo hanno permesso. Mi auguro di avere maggiori possibilità in futuro.

Per me un viaggio dovrebbe essere intrapreso con entusiasmo, curiosità e voglia di conoscere, essere vissuto con rispetto, generosità, reciprocità e umiltà stimolando e suscitando meraviglia, gratitudine e crescita.

Non potrò partecipare al viaggio in Brasile, perché gli impegni non mi permettono di assentarmi per un periodo così lungo.

Sarei invece più interessata verso i Balcani, perché penso che il periodo e la lunghezza del soggiorno siano più alla mia portata.

Comunico inoltre che il giorno 27 gennaio non sarò presente, in quanto sarò in Inghilterra per uno stage.

Auguro pertanto una buona conclusione del corso e saluto cordialmente.

* * * *

La proposta formativa, articolata nei cinque incontri del corso di Mondialità e cooperazione dell’Associazione Tremembè dal novembre 2004 al gennaio 2005 ha ribadito, offrendomi un’occasione di approfondimento, l’esigenza etica di un modo nuovo di viaggiare rispetto a quello tradizionale di massa. Ho detto ribadito, perché mi sono ritrovato nei concetti espressi dai vari relatori nelle cinque serate, in quanto dopo una pluriennale esperienza di viaggiatore ed in seguito ad una lunga riflessione, ho sentito il bisogno di fare turismo in un modo diverso. E’ stato infatti dopo una serie di viaggi, effettuati quasi esclusivamente in autonomia (escluso Cina - Birmania ed Egitto) in cui l’obiettivo prevalente era la ricerca dello svago, la vista delle bellezze naturali, architettoniche, dei siti archeologici o magari semplicemente quello di staccare la spina, di fuggire dalla routine giornaliera per caricare le batterie dopo lunghi periodi di lavoro, che ho sentito il desiderio di migliorare la mia vacanza ricercando una visione alternativa attraverso il contatto con la gente dei luoghi visitati in modo da instaurare rapporti interpersonali e sentirsi così coinvolti nella conoscenza delle loro culture. Nei vari moduli in cui è stato suddiviso l’itinerario del corso ho avuto la conferma che fare del turismo socialmente sostenibile deve essere una occasione di sviluppo per la comunità visitata, in modo da sottrarla alla volubilità, alla economia senza scrupoli degli imprenditori turistici stranieri, sostituendola con una condivisione solidale delle loro necessità. Non dobbiamo limitarci, per le nostre vacanze, ad impadronirci del loro habitat ecologico magari sfruttandolo sottraendo acqua ed energia, ma aiutare le comunità locali a migliorarsi senza peraltro trasferire il nostro esempio di comportamento ma favorire invece il loro modello di sviluppo, perché è nel nostro interesse investire sulle persone affinchè si sentano protagoniste dirette del loro futuro. Certamente, come abbiamo sentito, saranno necessari tempi lunghi per raggiungere questo scopo, per le scarse disponibilità finanziarie di cui dispongono le varie ONG, e ciò anche perché nel mondo occidentale non è stata mai veramente attivata quella tassa a favore dei paesi poveri, che era stata proposta e porta il suo nome, da James Tobin, premio Nobel per l’economia del 1981, il quale aveva affermato che le nazioni oltre che preoccuparsi costantemente del proprio PIL avrebbero dovuto affiancare anche un interesse per BNS (benessere sociale netto). In un recente convegno intitolato “L’informazione negata” il direttore di MISNA, padre Giulio Albanese, presentando il suo libro “Il mondo capovolto” ha sollecitato l’impegno dei paesi donatori del mondo occidentale, dopo secoli di turismo aggressivo, di conquista, di colonialismo, a guardare all’Africa come ad un grande continente con grandi potenzialità (in particolare diceva di guardare l’Africa attraverso la carta di Peters e non come siamo abituati attraverso le proiezioni di Mercatore (nome latinizzato del geografo fiammingo Gerhard Kremer) dove l’Europa appare più grande geograficamente di quello che è nella realtà. Se volgiamo poi lo sguardo al Sud America mi viene subito alla mente la terribile frase di Frei Betto, teologo della Liberazione, citata da Gianni Minà nella prefazione del suo libro “Un continente Desaparecido”: NEI NOSTRI PAESI SI NASCE PER MORIRE. I flussi migratori infine, indispensabili ormai per la nostra economia, devono essere vissuti non come un pericolo per le nostre tradizioni e radici ma invece attraverso la loro diversa cultura, come un arricchimento di nuove conoscenze, una conviviabilità delle differenze. Per fare questo si deve naturalmente facilitare questo loro inserimento anche con piccoli, ma concreti, aiuti che contribuiscano al raggiungimento di pochi ma chiari micro obiettivi. Il sindaco di Roma Walter Veltroni, in una recente intervista televisiva, ha detto che si sta meglio se ci si occupa degli altri oltre che di se stessi. In proposito, per mia personale esperienza, posso dire che già da quasi 10 anni il mio medico di base è originario di Amman (Giordania) con il quale si è sviluppata anche una cordiale amicizia. Quasi tutti i giorni poi incontro i componenti di una famiglia maghrebina che abitano nello stesso condominio con i quali si è stabilita una sincera e solidale amicizia. Con entrambi (medico e famiglia) ci scambiamo vicendevolmente gli auguri: a Natale e Pasqua da parte loro e da parte mia in occasione delle principali ricorrenze Musulmane (ramadam e festa del sacrificio – Id-el-kebir).

Con queste premesse la prossima esperienza di viaggio mi auguro possa essere come quelle degli ultimi anni. Un’altra occasione per conoscere nuovi luoghi, ma soprattutto instaurare nuovo e possibilmente durature relazioni interpersonali come ho avuto la felice opportunità di stabilire in Tunisia che frequento abitualmente ormai da oltre 15 anni e dove ho conosciuto delle persone che più che amici posso considerarli dei fratelli, come una seconda famiglia.

Concludo citando un pensiero di Maupassant: Il viaggio è una specie di porta per la quale si esce dalla “realtà”, come penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno.

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Gli incontri di questo percorso mi hanno fatto individuare concezioni di fondo e su esse ho così potuto riflettere:

sono inutili i programmi di sviluppo per popoli di culture diverse dalla nostra, basati sulla nostra concezione di vita, perché quello che pensiamo buono per noi non lo sarà per un altro popolo in un altro territorio.

La cultura di un altro popolo deve essere oggetto di arricchimento interiore per noi più che di compassione.

L’Altro è percepito quasi mai come individuo nelle sue componenti di identità, ma è continuamente rinviato alla sua comunità di appartenenza; così i pregiudizi ci portano a far coincidere il mondo che si sta conoscendo con le prefigurazioni che già possediamo.

Prendere atto che la maggior parte dei problemi hanno dimensioni che oltrepassano i confini di uno stato, significa contrastare provincialismi, etnocentrismi in vista dell’affermazione di valori che possono essere condivisi.

Per gli altri popoli possiamo solo:

costringere i nostri governi a ratificare convenzioni internazionali che riconoscano i diritti delle popolazioni del luogo.

B) accompagnare le popolazioni nel processo di attivarsi nella gestione del proprio territorio, nel rafforzamento della propria cultura e nella creazione di piccole imprese.

Questo percorso formativo si concluderà con un viaggio reale; cosa può rappresentare per me?

Andare lontano da casa/ viaggiare sarà uno stimolo importante per guardare la vita con occhi nuovi.

Sarà l’occasione per prendermi tempo.

Un’occasione di…..sospensione dalla vita di tutti i giorni.

Sono certa che sarà un vero viaggio, non un fare turismo.

Uscendo dal sistema, diventerò consapevole della mia appartenenza culturale, con maggior chiarezza, “costretta” ad un confronto con altre culture e situazioni.

Metto in conto il timore per il nuovo che può favorire il perpetuarsi di barriere psicologiche, di incomprensioni che impediscono la vera comunicazione e i rapporti proficui.

Immagino l’esperienza del viaggio come una scuola dove le “lezioni” fatte dalla gente del luogo che io posso apprendere mi aiuteranno a ri-dare interezza alla mia concezione di vita e a ritrovare una via di evoluzione più rispettosa degli altri e del mondo in cui vivo.

Certo, emergeranno, immagino tutte le contraddizioni di popoli che nella loro terra non possono vivere secondo le loro tradizioni perché sono stati alterati i loro equilibri sociali, politici, economici e quindi ambientali; come dire vivono in una condizione sospesa tra quello che erano e non saranno più e quello che il resto del mondo è ormai diventato.

Sarà basilare riconoscere i confini della mia identità culturale per sapere riconoscere l’identità dell’altro senza mimetizzazioni forzate, che spesso scattano nello sforzo di avvicinarsi all’altro.

Mi auguro che le esperienze riuscirò ad accompagnarle man mano a opportune riflessioni e dopo il viaggio, sento che sarà d’obbligo mettere in chiaro cosa vorranno dire per me i termini: progresso e benessere.

* * * *

Alla fine dei cinque incontri, uno dei quali disertato per malattia, la prima cosa che mi viene da dire è questa: sono pochi, oppure che peccato che siano già finiti! La curiosità di saperne di più sull’argomento “mondialità”, che mi aveva indotto a partecipare, è stata in parte soddisfatta, anche per l’estrema chiarezza, professionalità e disponibilità dimostrata dai relatori, che non hanno mai fatto cadere dall’alto le loro vaste conoscenze, ma molto concretamente mi è parso volessero spartirle con noi “alunni”. Dico in parte perché la cosa più interessante che mi lascia questo corso è quella di indurmi a voler aprire molte altre “finestre” sul tema, attraverso siti in internet, letture precise e mirate, discussioni portate avanti con colleghi di lavoro e in famiglia. Una conoscenza-approccio che mi ha permesso di approfondire sempre più, partendo dalla voce – viaggio – un allargarsi e concatenarsi d’altre tematiche ad esso relative. Ha innestato in una già nota volontà di sapere quella più profonda del capire, che andrà ad evolversi nel suo naturale “AGIRE”. Grazie.

M’immagino come abitante da tempo nel condominio “ITALIA” che avrà forse l’opportunità di incontrare i vicini di pianerottolo dei quali conosco solo il nome sulla porta: “BALCANI”, e poco altro passatomi da mirati messaggi televisivi e pettegolezzi turistici. L’idea di potermi trovare davanti a delle persone che sanno sicuramente delle cose che io non so non mi umilia, ma bensì mi incoraggia ad imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Poter confrontare il mio futuro con il loro, stare ad ascoltare con il cuore le loro storie cercando attinenze con le mie, cogliere gli aspetti più veritieri e reali del loro vissuto, mi renderà sicuramente più ricca. Sapere che la distanza non solo fisica ma anche chilometrica non è enorme mi può aiutare ad imbastire la trama di qualsivoglia scambio socio-culturale. In effetti, il desiderio e la fantasia rimangono pur sempre le armi migliori per affrontare sia la realtà, sia l’imprevisto. Termino con una massima (non mia!): “Al di là delle idee di giusto e ingiusto, vi è un prato. Ci incontreremo là”.

* * * *

Il Corso “Mondialità e Cooperazione internazionale” al quale ho potuto assistere assieme ad una trentina di interessati mi ha regalato soddisfazioni a diversi livelli. Prima di tutto è stato bello vivere questa esperienza con un gruppo più o meno omogeneo per maturità ed interessi, discutere assieme spesso vivacemente sui vari temi trattati, ma trovarsi comunque sempre uniti su una base comune di consapevolezza e di idee, nella ricerca di rimedi e vie d’uscita ad un mondo che ci circonda troppo spesso superficiale e consumista. Mi auguro che questo pur breve percorso comune possa continuare in qualche modo, che il nostro gruppo possa mantenere i contatti e trovarsi ancora insieme, magari per qualche progetto concreto.

Cinque sono stati i temi che abbiamo potuto approfondire grazie al validissimo. Spesso eccellente, apporto di studiosi ed esperti della materia. Grazie a loro abbiamo scoperto i significati e tutto quello che c’è dietro ai concetti che leggiamo e incontriamo quotidianamente sui giornali e nella televisione.

Maddalena di Tolla ha illustrato con molta vivacità ed in modo brillante e coinvolgente i concetti di sviluppo e sostenibilità aprendoci gli occhi sul futuro del nostro pianeta, sulla necessità di riflettere ogni giorno su ciò che facciamo anche in vista delle future generazioni e di tutti gli esseri viventi, piante ed animali inclusi.

Il tema dell’immigrazione e le sue problematiche legali e sociali è stato trattato nella lezione sulla diversità tra culture svolto da Mario Stolf, operatore dell’ATAS, che ci ha fatto conoscere da vicino non soltanto i problemi quotidiani che l’immigrante deve affrontare, ma ci ha anche informato sui grandi flussi migratori fornendo delle statistiche sulla popolazione straniera in Italia. Grazie alla testimonianza diretta di un anziano signore, membro della comunità macedone e residente ormai da molti anni nel Trentino abbiamo potuto comprendere meglio le motivazioni che spingono molte persone a lasciare i loro paesi e la loro necessità di occasioni d’incontro con la popolazione locale.

Nuovi orizzonti sulla cooperazione internazionale ci sono stati aperti da Michele Nardelli, soprattutto per quanto riguarda il nostro modo di guardare la regione balcanica nei confronti della quale spesso nutriamo concetti stereotipati senza conoscere a fondo i veri motivi dello sgretolamento della vecchia Jugoslavia (non causato dalla morte di Tito bensì da una specie di Tangentopoli, una grande operazione di potere che accomunava tutti, serbi e croati).

Ci ha anche illustrato la crisi odierna della cooperazione internazionale dovuta sia al forte taglio della cooperazione governativa a livello locale che ai vari difetti, come l’invasività di certi progetti, la loro insostenibilità e l’errore di voler imporre il modello della nostra società.

Mameli Biasin, professore di economia aziendale, ci ha illustrato gli aspetti economici della globalizzazione e il mondo della macroeconomia e microeconomia. Ho imparato molte cose che non sapevo in quanto questo settore è stato per me finora abbastanza sconosciuto. Sono rimasta esterrefatta nell’apprendere che il 95% dei crediti erogati per lo sviluppo dei paesi poveri vengono usati per operazioni speculative. Per fortuna c’è anche il settore della “finanza etica” e dei microcrediti (ci sono 500.000.000 di micro-imprese al mondo alle quali si danno prestiti anche minimi). Sarebbe sicuramente una cosa giusta investire in questo settore tramite il credito cooperativo.

L’ultima lezione si è svolta sul tema del Turismo responsabile, che è stata per me, viaggiatrice appassionata, di particolare interesse. Chiara Ghetta ci ha fornito una bella panoramica dello sviluppo incredibile del turismo internazionale negli ultimi 30 anni, nonché delle varie forme di turismo e soprattutto delle sue conseguenze positive e negative. Ci ha anche spiegato i princìpi del turismo responsabile e sostenibile che io condivido totalmente, anzi posso dire che personalmente ho sempre praticato questo modo di viaggiare in modo semplice, pernottando nelle case della gente del posto, parlando con loro per conoscere il loro modo di vivere.

Ed è per questa ragione che mi sono incuriosita quando ho saputo del Progetto Tremembè e che vorrei conoscere meglio: una forma di turismo semplice, un soggiorno in un posto di bellezza naturale con un’ospitalità essenziale e cordiale, senza lussi superflui e a contatto con la popolazione locale. Una forma di turismo che rispetta e valorizza le risorse locali e l’ambiente, senza sfruttare la gente del posto come semplice manovalanza a basso prezzo, riservando i guadagni grossi alle grandi catene di alberghi e tour operator, come succede quasi ovunque. Spero di aver prima o poi l’occasione di conoscere da vicino questo progetto senz’altro unico nel suo genere.

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a) Ho partecipato al corso per avere una preparazione più approfondita sul tema Mondialità e Cooperazione Internazionale. La solidarietà al giorno d’oggi è sulla bocca di tutti, ma sotto forma di dare qualche cosa di concreto, per aiutare a sopravvivere degnamente, mentre la preparazione che ho avuto durante il periodo del corso mi ha fatto capire, approfondendo alcuni argomenti come la natura e la cultura delle varie popolazioni del mondo ti possono portare ad un’altra forma di solidarietà o per meglio dire sostenibilità cioè il poter aiutare senza per questo cambiare il loro modo di vivere, comunicando e portando loro nostre esperienze facendo in modo che loro riescano ad aiutarsi con quello che possiedono di loro. Il corso è stato molto interessante ed ottima la preparazione dei relatori, anche l’organizzazione è stata molto buona.

b) Sicuramente vedo in questo viaggio una esperienza che mi arricchirà di conoscenze, sia personali con altre popolazioni del mondo, sia culturali. Penso che queste popolazioni abbiano molto da trasmettermi, il loro modo di vivere, le loro tradizioni, ed anch’io trasmetterò loro la mia esperienza di vita, di lavoro, rispettando la natura, la quale è una priorità, nel modo di vivere ed ho educato così anche i miei figli. Non amo molto la vacanza al mare, ma se questa ha il fine di poter dare qualche cosa di mio sarà una esperienza che trasmetterò sicuramente a tutti quelli che la pensano come me.

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Le cinque tappe del corso di Mondialità e Cooperazione internazionale, programmate e ben sviluppate in maniera necessariamente sintetica, sono state significativamente un efficace percorso di formazione per adulti. Si è, secondo il mio giudizio, ben centrato l’obiettivo di rendere consapevoli i partecipanti di quanto, a livello personale, il modo di pensare e soprattutto di ignorare certe realtà e concetti, più o meno consapevolmente ci rende responsabili e coinvolti in maniera diretta dei meccanismi e strutture di ingiustizia (e “peccato” come dice la chiesa nella enciclica “Sollecitudo rei sociali”) che degradano l’ambiente naturale ed affamano milioni di esseri umani.

Come conseguenza delle nostre azioni ed in maniera ancora forse più significativa delle nostre omissioni ci rendiamo complici di un sistema di sfruttamento generalizzato dell’ambiente e delle sue risorse, dell’uomo e della alienazione delle sue radici socio culturali, e che ha come unico metro di misura il massimo profitto immediato, a discapito delle prospettive delle generazioni future.

Il concetto di sviluppo inteso come massificazione della quantità di beni materiali, risorse e disponibilità (accumulo) di proprietà private, ci sta portando ad una riduzione della vita sociale alla sola vita privata. Mentre abbiamo imparato in questo corso che il perno del vero sviluppo non è l’economia, ovvero anche l’economia in quanto al servizio delle relazioni sociali e della qualità e dignità della vita, ma le sincere relazioni sociali che si concretizzano nell’ascolto e soddisfazione dei veri bisogni dei nostri simili e delle altre forme di vita in un quadro di cittadinanza universale, all’opposto degli interessi egoistici degli stati nazione e privati delle multinazionali e della finanza speculativa. Abbiamo molto da imparare da quelle culture di quei paesi che noi chiamiamo sottosviluppati e che nel nostro falso perbenismo intendiamo aiutare a svilupparsi portandogli come modello il nostro venale concetto di sviluppo, contaminandoli coi nostri modelli di consumo e di valori che ci hanno imposto anche a noi le grosse corporazioni di imprese e le lobby politiche-intellettuali al loro servizio, spacciandoci come ricetta di felicità e benessere il bene-avere ignorando una consapevolezza antica: che si è felici insieme o non si è felici.

Anche con il turismo nei paesi non occidentali imponiamo il nostro modello culturale materialistico che crea dipendenza e umilia la cultura e le tradizioni locali minacciando e avvilendo le radici e l’identità dei locali senza capire e valorizzare gli aspetti arricchenti che ogni cultura possiede.

Ancora peggio è la nostra considerazione degli immigrati che rischiando vengono da noi in cerca di un futuro più dignitoso se non addirittura una speranza di vita: vorremmo che si integrassero completamente al nostro modello senza tenere in considerazione delle loro diverse visioni e sensibilità. Dovremmo invece insieme imparare a conoscerci e rispettarci in un percorso di evoluzione verso una cultura più ricca e universale che sia unificata da un comune rispetto dei diritti universali, civili, umani in particolare nei riguardi delle donne e nello stesso tempo diversificata e arricchita dagli apporti delle varie culture.

Prima di tutto mi propongo un atteggiamento mentale il più aperto possibile senza né preconcetti e pregiudizi, un po’ come di un bambino, quasi vergine e fiducioso, pronto a immedesimarmi nella nuova realtà con l’umiltà di ascoltare o quanto meno di osservare e capire il più possibile della nuova realtà e della sua storia, senza interferire con la mia presunta esperienza e saggezza frutto dell’età e sicuramente di molti luoghi comuni, ma nemmeno con la mia presunta sufficienza di persona “di un paese civile superiore” che possa affrettare sentenze e conclusioni di commiserazione o peggio di disapprovazione.

Mettere alla prova la mia pazienza e capacità di tolleranza sarà una delle prove che mi impegneranno conoscendomi a sufficienza, sperimentare e condividere il loro modo e ritmo di vita, a questo aggiungerò la mia disponibilità all’impegno fattivo di collaborazione sia manuale che intellettuale.

Uno degli aspetti propositivi sarà quello di far capacitare le persone che incontrerò delle positività delle loro consuetudini e tradizioni in confronto delle nostre ormai così omologate ed uguali; allo stesso modo, anche per il loro ambiente naturale, sarà da sottolineare gli aspetti di integrità e bellezza così ricercati da noi turisti occidentali, rendendoli consapevoli delle loro risorse e potenzialità che non dovranno però mai svendere o sacrificare al mito del benessere (bene-avere) o dei facili guadagni, ma da preservare e valorizzare anche per le future generazioni.

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Alcune informazioni utili e qualche spunto, anche nuovo, per riflettere ancora su argomenti a me piuttosto noti, perché me ne sono sempre interessata e quindi sono poco a poco diventati parte integrante della mia “educazione permanente”.

Definizioni, progetti, citazioni statistiche, cifre varie, percentuali, ecc., sono varianti che si aggiornano frequentemente e che si prestano a molteplici interpretazioni: può anche andare bene, nel senso che non tutti abbiamo la stessa sensibilità, gli stessi interessi, lo stesso modo di valutare i fatti.

Quello che a me, però, fa paura – ed anche un poco rabbia – è la constatazione che la base comune non varia (eventualmente fluttua da un’area all’altra) e lo zoccolo duro non si scalfisce: con la paranoica, ossessiva ricerca del Meglio l’uomo (forse non solo quello occidentale) si è creato il meccanismo perfetto per l’infelicità.

Quando si cerca di evidenziare il pericolo di certi squilibri creati dagli eccessi contrabbandati come progresso, e si mette in guardia sul fatto che la Natura ha dei ritmi immutabili che vanno rispettati e non sono, spesso, in armonia con quelli dello sviluppo tecnologico, non si fa, come molti sostengono, del terrorismo psicologico, si tratta di dati di fatto, di valutazioni più che possibili, scientificamente e statisticamente provati, malgrado i quali però si va avanti come prima, più di prima…..Perché?

Non entrerò ora nel merito di nessuna tematica trattata, ma mi sia concesso ricorrere ad un’immagine che mi pare possa rendere, in sintesi, il mio pensiero/ sensazione.

“Le regole di mercato e quelle della politica son come Scilla e Cariddi - le due ninfe trasformate in mostri - e si fronteggiano controllando e determinando le condizioni di navigabilità di uno stretto braccio di mare attraverso il quale deve passare il “Resto del Mondo”, se vuole approdare su qualche spiaggia. Qualcuno ogni tanto parla di costruire un ponte: ci prova anche, magari insiste e ci arriva vicino; ma Scilla e/o Cariddi si svegliano e tutto ricomincia!

Comunque vale sempre la pena di tentare, e grazie mille a chi lo sta facendo ancora e ancora……..

Forse su questo viaggio a “Tremembè” son state date troppo poche informazioni “concrete” (forse perché se ne parlerà di più la prossima volta e solo con coloro i quali hanno deciso di andarci) ed è per questo che io non sono riuscita a farmi un quadro abbastanza chiaro (per il mio carattere, naturalmente). Purtroppo io non potrò partecipare, ragione per cui non ho fatto domande particolari: se ci fossi potuta andare avrei, comunque, parlato di preparazione, di programmi ed aspettative, non di esperienza, che per me significa conoscenza, nozione acquisita: ma non vorrei avere l’aria di essere una che fa la punta agli spilli………..

Chiedo scusa agli amici che hanno organizzato il tutto e auguro buon viaggio a chi partirà: sarà bello, magari, ritrovarsi per sentire narrare le varie esperienze….questa volta sì.

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La mia prima esperienza inerente al termine “turismo” risale al 1956, quando facevo il “portatore” al rifugio Fedaia in Marmolada.

Quello era un turismo di alta montagna concepito come una prova di se stessi nel rapporto con le alte vette.

Più tardi, come direttore di albergo, incominciai a comprendere il significato del termine “turismo” legato alle persone di estrazione sociale diversa. Fu allora, anni ‘60-’70, che analizzai sempre di più i bisogni dei “vacanzieri” e, con altri esperti, demmo il primo input al turismo in Val di Sole, con una serie di conferenze rivolte alla gente del luogo in modo che l’offerta rispondesse sempre più ai bisogni legati alla domanda.

Ora in Val di Sole il turismo risulta essere il motore primo dell’economia, ma la velocità dell’incremento turistico promosso da speculazioni esterne alla valle ha portato all’affievolimento della cultura e tradizioni locali con le relative conseguenze negative.

Entrando ora nel merito del corso formativo e ripercorrendo gli anni della mia vita ed i periodi vissuti come “turista” non posso che esprimere la mia più completa soddisfazione per le tematiche trattate, a me in parte sconosciute, per la esposizione comprensibile, concreta, e soprattutto realizzabile. Tutti i relatori sono stati coerenti al loro tema: a conferma di questo ne è stata l’analisi sintetizzata da ogni corsista in una propria “parola” inerente al termine Turismo e al termine Responsabile.

Il corso ha centrato la globalità di tutte le dinamiche positive e negative inerenti “MONDIALITA’ e COOPERAZIONE INTERNAZIONALE” e l dinamiche positive e negative che intercorrono fra le persone che fanno turismo o che si spostano per vari motivi dal proprio ambiente verso un altro, e l’ambiente che le accoglie con tutto il proprio ecosistema.

Ritengo che i due termini “responsabile” e “sostenibile” riferiti alla parola Turismo sono stati da me profondamente interiorizzati per proiettarmi verso nuovi luoghi con una nuova preparazione.

Ritengo inoltre che un corso di questo tipo sarebbe molto formativo, almeno nelle scuole superiori, perché il TURISMO RESPONSABILE E SOSTENIBILE rappresenta una fetta dell’economia attorno alla quale “danzano” le monete di tutto il mondo.

Ho immaginato tutte le sfaccettature delle singole relazioni come i petali di una margherita dove al centro c’è il giallo, il sole, il viaggio!

Con il mio bagaglio di esperienza decennale nella favella di Fortaleza come “terapeuta e psicomotricista” nel progetto “saude” penso di soggiornare a Tremembè come “turista sostenibile” in modo che le mie conoscenze professionali possano essere di utilità in loco in una forma osmotica.

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La cosa più bella che mi ha dato il corso di Tremembè è stata la speranza. Prima di frequentarlo mi sembrava che il mondo fosse percorso da sciami sempre più beceri, sempre più distratti, sempre più narcisisti di turisti-cavallette. Aberrazione tutta moderna e consumistico-popolare dell’antico viaggiare lento, aristocratico e colto.

Ho visto invece, con crescente sollievo, che la piccola comunità di esploratori di Tremembè è piena di persone attente, rispettose e curiose. Se, come dice con rigore scientifico la Statistica, questo piccolo gruppo di persone è un campione minimale ma rappresentativo della società, allora si può davvero sperare che la comunità dei turisti nasconda al suo interno dei tesori. Ma sono tesori che non fanno notizia, che non hanno forza dirompente né capacità di audience perché sono fatti di valori, convinzioni personali e idee originali e a volte scomode. Idee, questo è certo, sicuramente invise ai grandi centri economici e di potere e per questo emarginate, minimizzate, spesso sminuite quando non esposte al ridicolo. Idee che mettono al centro dell’interesse l’Uomo nella sua interezza. Non solo l’Uomo Consumatore, né l’Uomo Indigeno, entrambi da sfruttare, spremere senza riguardo e poi da sostituire con altri esemplari della stessa specie, per perpetuare all’infinito la catena dello sfruttamento programmato. No, al Turista di Tremembè interessa l’Uomo nella sua essenza, inserito nel suo ambiente, membro della sua comunità particolare, esponente della sua peculiare cultura e può essere pescatore o ingegnere, casalinga o economista, scolaro o contadino ma sarà in ogni caso un essere unico, da rispettare e conoscere e dal cui interscambio sarà possibile crescere e migliorare insieme. E non è casuale che questa consapevolezza, questa voglia di conoscenza gratuita sia nata nel cuore di persone mature, alcune anagraficamente quasi vecchie, in ogni caso con un lungo percorso alle spalle. E queste persone possono trovare una meta in più per il loro cammino: essere di esempio ed insegnamento per i giovani. A quei giovani impegnati nella corsa al potere, ai soldi, alla carriera, pressati da obblighi di famiglia e di lavoro che non hanno tempo, né voglia di fermarsi a pensare a cosa gira intorno al patinato mondo del Villaggio Turistico che loro frequentano tanto volentieri e con spensieratezza. Persone normali, profondamente inserite nella loro realtà occidentale, che si spostano non con vocazione missionaria, ma neppure con l’unico interesse di esporre i propri corpi al sole o di osservare esotiche abitudini o lontani esemplari della razza umana. Ecco allora che il viaggio può tornare ad essere scoperta, avventura, occasione di crescita, necessità di rimettersi in gioco; ed è questo ciò che io mi aspetto da un’eventuale trasferimento in un’altra realtà. La possibilità di trasferire (e non semplicemente di viaggiare!) me stessa temporaneamente ma completamente in un’altra realtà alla quale cercherò di dare tutto senza estinguermi e dalla quale cercherò di prendere tutto senza lasciare terra bruciata alle spalle. Perché credo che tutti noi non vogliamo depredare né sprecare alcun seme: vogliamo, con tanto rispetto e senza fretta, dare ai luoghi e a chi li abita - e in questo modo anche a noi stessi - l’occasione per fiorire di più e meglio.

Per informazioni:
Franca 0461-980858 oppure scrivere all'indirizzo
tremembe.onlus@gmail.com

 

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