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Di
seguito si allegano alcune delle più significative riflessioni elaborate
dai corsisti. Due riguardano il viaggio in Brasile, quattro
l’esperienza complessiva del percorso formativo, una
si riferisce ad un particolare incontro del corso. RACCONTO DEL VIAGGIO IN BRASILE 21
GENNAIO – 12 FEBBRAIO
2007 Dopo aver frequentato un corso su “Globalizzazione,
squilibri e nuovi stili di vita”, organizzato dall’Associazione
Tremembè di Trento, è stato proposto, alla
sua conclusione, un viaggio della durata di tre settimane,
da effettuarsi, previo corso di portoghese, in Brasile. Ho accolto con entusiasmo tale proposta, perché questo
Paese, per la sua vastità, la sua storia, le sue contraddizioni,
il clima e tutto ciò che si può ricavare dalla
sua letteratura più nota, aveva sicuramente sollecitato
il mio immaginario. Il viaggio, dunque, si sarebbe svolto nell’ottica
di un turismo sostenibile, quindi fuori dai soliti circuiti
e ridotto nella zona intorno a Fortaleza e ai comuni di Aracatì e
Icapuì. Sono tornata e sono ancora frastornata dalle mille emozioni
quotidiane che hanno assorbito la mia mente, tanto da non
permetterle altra evasione se non la realtà che stava
vivendo con tutti i sensi. Sono stata infatti abbracciata da un mare, in questo caso
oceano, di suoni, colori, immagini, sapori, dovuti agli incontri
con luoghi e persone in questo pezzetto di Brasile, che fa
parte del Cearà, uno Stato che si trova nel Nordeste
del Paese, dove vive il 30% della popolazione totale, che è di
circa 170 milioni di abitanti e dove vive la metà della
popolazione più povera. Sono arrivata, quindi, con altri quattro compagni di viaggio
(Chiara, Lina, Fulvio, Orietta, Fernando, e Nadia) a Fortaleza,
che ne è la capitale ed essa, con il suo clima, ci
ha subito ricordato la superfluità dei nostri abiti
invernali, di cui ci siamo allegramente sbarazzati per far
posto a tenute più leggere e colorate. Dopo aver trascorso la notte in una pousada vicina alla
stazione, siamo stati accompagnati in una favela della città,
chiamata Conjunto Palmera, costituita da una comunità originata
dagli antichi abitanti dei quartieri di Fortaleza, che dopo
aver ottenuto dal Comune un pezzo di terra per costruire
le loro case, hanno cercato, nonostante le condizioni disagiate,
di creare delle associazioni per migliorare il loro stato
e per produrre lo sviluppo sociale del quartiere. Qui sono
stata ospitata, con Chiara e Lina, da donna Vangì,
una signora settantenne, che vive da sola e, saltuariamente,
con un nipote. Ho così potuto dormire in una stanza,
il cui soffitto era privo di cemento, in un letto dotato
di zanzariera rosa, che, anche se non necessaria, ho voluto
sperimentare.
Pur con un portoghese molto carente, almeno il mio, la voglia
di comunicare ha superato l’ostacolo, aiutata anche
dai nuovi sapori, che un po’ alla volta sarebbero diventati
parte dell’esperienza, assieme al caldo, al sole e
alla notte con i suoi colori, al canto dell’oceano
e allo stormire delle palme al vento. Gli incontri sono stati brevi, ma intensi. Dall’incontro
con padre Passerini, un comboniano di Sondrio, che segue
dei progetti in Brasile, alla visita al “Centro per
la Crianza” a Fortaleza, una struttura che cerca di
aiutare i bambini di strada, fenomeno purtroppo molto diffuso
in tutto il Brasile; dalla visita alla riserva indigena di
Santo Antonio del Pitaguary, a quella degli ambulatori del
Conjunto e al rito dell’apposizione della conchiglia
nel padiglione costruito dagli abitanti del quartiere, a
simbolo di amicizia e di pace. Nel centro di Fortaleza, come pure sul lungo mare, siamo
stati accompagnati con un topic, fra i migliori del posto,
dal logorroico Domingo, convinto che tutti parlassimo e capissimo
il brasiliano e dalla dolce Aurì, una ragazza che
cercava di precedere i nostri desideri. La città mi è apparsa
molto vivace con le evidenti contraddizioni che conosciamo
dell’America Latina, dove si riscontrano negozi ben
forniti e sulla strada bambini, malati e storpi abbandonati.
Vie dissestate e con poche automobili. Il centro pressoché privato
delle costruzioni più antiche, come pure il lungomare,
dove hanno voluto creare una brutta copia di Miami. Godibile
invece il centro culturale, nel cui interno esistono un planetario,
una fornita libreria, come pure una cafeteria, dove si è bevuto
un ottimo caffè. Dalla rumorosa e colorata città, dopo circa quattro
ore di corriera, con sosta ad Aracatì, attraversando
strade dallo scarso traffico, siamo infine giunti a Tremembè,
luogo dal nome esotico, la cui lunga spiaggia è l’ingresso
trionfale all’omonima pousada. Siamo infatti stati
accolti, alla fermata della corriera dal personale e quindi
trasportati là. Che dire di Tremembè? Il posto è incantevole.
La pousada credo abbia molte potenzialità sia per
la sua collocazione che per l’ampia struttura, il lungo
patio sia interno che esterno che la riparano. Appena carente
la ricezione alberghiera e la cucina, compensate però dalla
sensazione di libertà e sicurezza che si respira,
grazie alla presenza sia del personale del luogo sempre gentile
e disponibile che dei simpatici turisti, formando così quasi
una comunità.
I “rumori” di Tremembè sono quelli delle
onde dell’oceano e del vento. La lunga spiaggia ha
permesso di passeggiare a lungo indisturbati e accompagnati
solo dal rumore delle onde e del vento sotto un sole a picco,
in mezzo ad un paesaggio non ancora inquinato, mentre la
sua calda e movimentata acqua di fare il bagno, circondati
da aquiloni marini, avvistando in lontananza le “jangades”,
le tipiche imbarcazioni dei pescatori del Cearà. Dopo un paio di giorni ci siamo trasferiti verso l’interno
nella zona del Coquerinho, dove abbiamo trascorso due notti,
immersi in un ambiente bucolico, accolti da persone cordiali,
che ci hanno fatto visitare la loro campagna, attraversando
la strada principale su un carro trainato da un bue, mentre
le nostre camere avevano un piccolo patio con annessa amaca,
caratteristiche che hanno contraddistinto un altro breve
soggiorno a Punta Grossa, altra incredibile spiaggia, questa
volta con scorci quasi da paesaggio lunare. Al Coquerinho, dicevo, il maggior rumore era dato dal chicchirichì di
un gallo gigantesco che cantava in diverse ore del giorno
e della notte, tanto da diventare un simpatico argomento
di conversazione la mattina, al nostro risveglio. Abbiamo
gustato dell’ottimo cibo, forse il migliore di tutto
il nostro soggiorno. Indimenticabile il pane, cotto giornalmente,
somigliante più ad una focaccia, senza dimenticare
i meravigliosi succhi tropicali come quello di graviola e
acerola e i frutti della papaia e della gojaba, che hanno
accompagnato l’ottima gallina caipira e infine, per
digerire, la sera veniva servita una profumata tisana, fatta
con un’erba prodotta nell’orto biologico. Al Coquerinho si è respirato serenità e porto
con me, come penso i miei compagni di viaggio, il sorriso
dei bambini, che ci hanno trascinato in una scatenata quadriglia,
guidati dalla moglie di Paolo, il nostro accompagnatore e
nel forro, ballo tipico di Fortaleza, a cui noi abbiamo risposto
con canti e giochi della nostra terra. Nella mente, man mano, le immagini si srotolano ed ecco
apparire Canoa Quebrada, mitica spiaggia degli anni ’70,
il posto forse più turistico, dopo Fortaleza, visitato
in quei giorni.
Scoscese dune di sabbia, in certi punti da sembrare Sahara
e in fondo ad esse il mare, solcato dalle “jangades”.
E ancora il rio Jaguaribe, che abbiamo attraversato con un
barcone, sulle cui rive sorgono villaggi, ma anche ville
di personaggi importanti e alla cui foce sorge Aracatì,
grosso centro, dove ci siamo lanciati all’acquisto
soprattutto di amache e affini. Non dimenticando Praina do
Canto Verde, altra spiaggia meravigliosa con attraenti pousadas
e infine Ponta do Mel, questa volta nello Stato di Rio Grande
do Norte, raggiunta dopo aver traghettato e visitato il mercato
di Area Blanca. Tremembè comunque era il luogo dove tornavamo fedeli,
la nostra casa in Brasile e così ci accoglieva con
la presenza degli ospiti quasi fissi che lasciavamo e ritrovavamo. Mi rendo conto che i ricordi si accavallano assieme alla
sensazione di quasi smarrimento che ancora provo per la perdita
di quel tempo ritrovato nella natura ancora quasi incontaminata,
nei momenti speciali vissuti in situazioni altrettanto speciali,
come l’abbraccio al mare assieme agli ospiti di Tremembè,
promosso da padre Lopez, un prete dalla parte dei poveri,
l’incontro con il bambino di Fortaleza, in pieno Carnevale,
che un panino ha trasformato il suo sorriso in una maschera
di delusione e solitudine antiche, così come tanti
altri, tanto da poter concludere con il saluto di Aurì: “Nao
somente como momentos passados Mas como momentos vividos” Encia RACCONTO DEL
VIAGGIO IN BRASILE 21 GENNAIO – 12 FEBBRAIO
2007 A conclusione del viaggio in Brasile, nello stato del Ceara,
organizzato dall’Ass. Tremembè, in particolare
dalla nostra tutor Chiara Santa Maria, a cui vanno i nostri
ringraziamenti, per come ci ha guidato, informato e stimolato
in questa bella esperienza che abbiamo fatto, riteniamo opportuno
dare le nostre impressioni, come sollecitate spesso dalla
nostra amata Chiara.
È
stato un viaggio che ci resterà nel cuore, abbiamo
visitato e ammirato luoghi tra cui Fortaleza, con il suo
centro e le sue spiagge; la famosa “Canoa Quebrada”,
con la sua spiaggia affollata di turisti di ogni dove e le
sue dune di sabbia dorata; “Redonda” e “ Ponta
Grossa” con le falesie, rocce dai colori diversi che
cambiano in base alla luce del sole, le spiagge che si trasformano
con l’arrivo dell’alta o bassa marea.
Oltre ciò abbiamo visitato luoghi e conosciuto persone
che ci hanno trasmesso con i loro gesti, sorrisi e storie,
il loro modo di essere, la loro voglia di vivere anche all’interno
delle favelas, di lottare e di resistere anche di fronte
alle pesanti ingiustizie.
I “Sem Tera” di S. Miguel e quelli lungo la strada,
gruppi di famiglie che occupano la terra al fine di averla
assegnata dallo stato, come prevede una legge dello stesso,
ci hanno raccontato la loro storia, le loro lotte. Essi vogliono
che queste non siano dimenticate, che i ragazzi e i bambini
ricordino e facciano loro, la storia che i genitori e i nonni
hanno dovuto affrontare per raggiungere alcuni traguardi
e per avere la forza di avanzare ancora, per un futuro migliore,
dove avere un pezzo di casa e un po’ di terra da coltivare
per vivere.
Al “Cocherinho”, una località nell’entroterra,
dove oltre 50 famiglie hanno gia avuto le terre dallo stato,
c’è un agritur gestito da più famiglie
e la coltivazione degli orti, il cui il raccolto viene portato
in città per la vendita. Progetti realizzati con fondi
vostri e dello stato brasiliano e perfettamente riusciti
e gestiti.
La situazione è più tranquilla in questa località,
c’è una bella atmosfera, ci sono tanti bambini,
una piccola scuola ma che funziona bene. Una bella comunità,
in cui ci siamo trovati subito molto bene. Attorniati da
molti animali da cortile, galli, tacchini, galline, oche,
maiali, anche due armadilli messi in un bidone, asini, cavalli,
buoi. Abbiamo fatto amicizia con bambini e ragazzi che una
sera ci hanno fatto una sorpresa e organizzato per noi un
bellissimo spettacolo, la quadriglia e altri balli.
Ci hanno trasmesso la voglia di muoverci e di ballare, abbiamo
trascorso una serata molto bella e festosa da ricordare..
Dopo quattro giorni ce ne siamo andati con molta tristezza
salutando bambini e adulti.
La commozione era generale.
Non scordiamo anche la bella gita sulla barca di Raimondo,
un pescatore del luogo che ci porta sul rio “Jaguaribe” e
ci offre delle ostriche raccolte sul luogo e aperte al momento.
È
un bellissimo paesaggio, dove in lontananza si vedono delle
dune bianchissime che ci fanno pensare per un momento alle
nostre colline coperte dalla neve...
Durante queste settimane, abbiamo fatto anche numerose visite a delle scuole,
come quella di “Fortin”, dove la municipalità ha investito
molto sul settore scuola, al centro sociale “Pedregal”, fatto per
offrire ai giovani di strada delle opportunità per non entrare nel giro
della droga e altro. Abbiamo visitato la riserva degli “Indios” di “Pitagnuarj”,
che ci ha colpito oltre che negli occhi anche nel cuore.
La sensibilità e la passione del “capo “nell’esporre
le problematiche, la loro storia, le loro sofferenze, le
loro battaglie e la speranza per un futuro per le loro generazioni
erano da noi condivise ma nello stesso tempo ci sentivamo
impotenti ..
Non sappiamo se le future generazioni riusciranno a portare
avanti le problematiche, ho paura che i la vita e i cambiamenti
di stile incidano su di loro e affievoliscano l’ardore
e passione della battaglia.
Mi sembrava stanco il “capo”, anche se pieno
di orgoglio e commozione,,lo si vedeva dai suoi occhi lucidi
e profondi. Mi auguro che chi dovere ,supportati anche da
altre realtà, facciano tutto quello che e’ possibile
per non tradire le loro grandi attese. Ho paura che ciò sia
difficile come del resto altri casi del genere lo hanno dimostrato.
Mi auguro che chi gestisce questo tipo di turismo, sostenibile
e responsabile, lasci un impronta forte a sostegno delle
loro richieste e che le stesse vengano supportate dal loro
mondo politico.
Lo stesso vale per i “senza terra”. Altra profonda
esperienza di vita tremenda vissuta da gente che vuole vivere,
che vuole una vita diversa e di speranza per i loro figli.
Altre battaglie,altre speranze, altre delusioni o vittorie.
Quei momenti vissuti con loro ci resteranno dentro anche
se la nostra vita quotidiana ci porterà al ritmo intenso
dei nostri giorni. Sono sicuro che riusciremo a trovare qualche
spazio di ricordo anche per loro.
Non so cosa potremo fare direttamente.. ma il cuore ce lo
dirà. Gli ultimi due giorni gli abbiamo trascorsi di nuovo a Fortaleza,
nelle case che ci avevano gia ospitato in precedenza, esse
sono parte integrante di un favelas che si chiama “Conjunto
palmeiras”.
Ci siamo sentiti subito, come a casa nostra, abbiamo fatto
amicizie con le persone frequentanti la casa e la comunità,
dove un folto gruppo di donne operavano ad una serie di attività che
aiutano e fanno partecipi molte altre persone, giovani e
meno giovani. Oltre ciò, all’interno della favelas, è nato
anche il “Banco Palmejras” con la sua moneta.
Creato per aiutare piccoli artigiani, negozianti e chi interessato
all’avvio di una attività lavorativa. All’interno
di questo centro molti laboratori per la formazione di giovani
su svariate attività. Una intelligente forma di investimento
sui giovani e sul quartiere. Se gestita bene e se sentita
dalla gente sarà un primo passo verso un nuovo futuro.
Questi sono i progetti che nascono dal basso ,dalla base
e questi vanno sostenuti ,perché sentiti dalla popolazione.
E non c’è cosa migliore che questa, per iniziare
il cambiamento di vita. La Pousada Tremembè è sempre stato il nostro
punto di riferimento, punto di appoggio dopo ogni spostamento
di due o più giorni.
Perfetta l’organizzazione, encomiabile il programma che ci portava dalla
vita contadina, ai loro problemi, alla loro felicità, alla loro gioia,ai
momenti di svago e conoscenza di luoghi incantevoli, di ambienti meravigliosi,
dandoci continuamente una emozione dietro l’altra.
Questo ci e’ piaciuto particolarmente. Questo ha avuto un effetto fortemente
positivo .Questa e’ professionalità conoscitiva ed organizzativa, è sapere
colpire al cuore chi ha voluto fare questo tipo di esperienza.
La bravura, la capacità e disponibilità di Chiara ci ha lasciati
di stucco
Un doveroso ringraziamento perché ha fatto in modo che tutto andasse
per il meglio.
E così e’ stato. Non ci sono a parer nostro stati buchi o difficoltà.
Tutto e’ stato perfettamente seguito. Se volete qualche spunto per qualche miglioria alla “pousada” ,
direi che cambiare il responsabile, assumere qualche collaboratore
che abbia più passione per capire anche i problemi
di vario tipo, come lavoretti vari alla struttura, rendere
le camerette più “vivaci” con colori diversi
tra loro, mettere una tenda a protezione della doccia, qualche
quadretto piacevole nelle camere e altri locali, curare un
po’ la gestione della cucina per altro gia discreta,
(vedi quella del cocherino….) ,qualche bicicletta che
funzioni e qualche tecnologia che avanza (pannelli solari
e foto voltaici..) avrete raggiunto un ottimo livello Con affetto Fulvio e Nadia. RACCONTO
DEL PERCORSO SVOLTO CON L’ASS. TREMEMBE’ In questi ultimi anni, tra un esame e l’altro alla
facoltà di lingue e culture straniere, mi sono chiesta
molte volte se quello che stavo studiando mi sarebbe mai
servito a qualcosa e se le lingue che stavo imparando mi
avrebbero effettivamente permesso di entrare in contatto
con “altre culture”; in realtà una risposta
precisa non l’ho ancora trovata, ma grazie a questo
corso ho capito che la mia voglia di conoscere realtà diverse
da quella in cui vivo è molta.
Alcuni dei temi affrontati erano per me del tutto nuovi e
non nascondo di aver avuto, a volte, qualche difficoltà nel
comprendere a fondo alcuni argomenti, come nel caso dell’intervento
di Terreri: anche se so che l’economia mondiale è sorretta
da forti interessi politici, mi risulta estremamente difficile
capire perché i “paesi ricchi” non riescano
ad attivare politiche di cooperazione in grado di risolvere,
almeno parzialmente, i gravissimi problemi che affliggono
i “paesi impoveriti”. Perché le risorse
dei paesi in via di sviluppo vengono sfruttate esclusivamente
appannaggio di paesi industrializzati? Perché nonostante
la nascita negli ultimi anni di grandi progetti di cooperazione
allo sviluppo la situazione in molte parti del mondo rimane
catastrofica? Le mie saranno sicuramente domande ingenue,
ma l’impressione disarmante è quella che ‘si
lotti contro i mulini a vento ’ dato che politica ed
economia sono due facce della stessa medaglia.
Ho trovato molto interessante l’intervento di Nardelli
sulla nascita, lo sviluppo e la crisi della cooperazione
internazionale: secondo la sua analisi molti progetti di
cooperazione sono entrati in crisi per la loro inefficacia,
per il loro modo invasivo di accostarsi ad altri gruppi umani
e per l’importazione di modelli non sostenibili dalle
popolazioni a cui sono diretti. Mi è sembrato innovativo
ed estremamente interessante il suo modo di pensare alla
cooperazione come “comunitaria”: la prossimità ovvero
conoscenza della realtà che si vuole aiutare, richiede
molto tempo e molta pazienza. Questo lento processo di apprendimento
arriva alla reciprocità solo quando entrambe le parti
trovano una strada comune, un punto di incontro negoziabile
e solo allora si può cominciare a lavorare insieme
a un progetto che potrà essere portato avanti dalle
popolazioni locali senza più bisogno di interventi
esterni. L’idea di una cooperazione decentrata in grado
di sfruttare le risorse disponibili, senza ricorrere a modelli
importati, sarà probabilmente di difficile attuazione
in tempi brevi, ma degna di grande considerazione. Probabilmente
l’errore di molte persone, operanti nel campo della
cooperazione, è quello di porsi nei confronti delle
popolazioni disagiate in modo “etnocentrico”,
ci si convince che il proprio modo di vedere il mondo e le
cose sia ‘sicuramente’ quello giusto, quello
che risolve i problemi ma non è sempre così.
L’incontro con persone che vivono in un ambiente diverso
e in modo diverso dal nostro, presuppone quasi sempre anche
una diversa visione del mondo: qual è quella giusta?
Forse entrambe o forse nessuna!
L’intervento di Crocco sul processo di divulgazione
delle notizie giornalistiche è stato istruttivo: ha
analizzato il percorso della notizia partendo dalla fonte
fino al momento della stampa effettiva; è emersa l’impossibilità dell’esistenza
di una notizia oggettiva e ‘sopra le parti’.
Ogni giornalista affronta la notizia dal suo punto di vista
e seguendo la linea politica dell’editoriale; spesso
l’articolo arriva alla stampa dopo aver subito notevoli
rimaneggiamenti. Vorrei capire meglio perché di certe
parti del mondo non si sente mai parlare? L’Africa è devastata
da guerre e conflitti etnici eppure sembra che lì uno
degli unici motivi per cui si muore sia la fame; lo Sri Lanka
ultimamente è giornalmente teatro di attentati ma
nessuno ne parla. Non scrivo questo per essere polemica,
ma solo perché credo sia giusto che le persone si
rendano conto di quello che succede in tutto il mondo e non
solo la dove interessi economici e politici sono prioritari.
Durante il corso ho spesso notato le connessioni dei vari
interventi ed è aumentata in me la voglia di approfondire
alcuni degli argomenti trattati; ho scoperto molte cose che
non sapevo grazie a Mirco Elena: il petrolio è una
risorsa che si esaurirà e allora perché invece
di ‘seminare morti’ non si trova una fonte di
energia alternativa? A quanto pare le fonti di energia alternativa
esistono già e sono parecchie, peccato che anche in
questo caso gli interessi economici siano più forti!
Il nostro pianeta ha a disposizione fonti di energia rinnovabili
diffuse ovunque, meno inquinanti, in grado di offrire occupazione
e meno soggette ad attacchi terroristici, ma se nessuno investe
in queste energie risulta impossibile sviluppare le tecnologie
per utilizzarle. Certo anche noi che ce ne stiamo belli comodi
nei nostri appartamenti caldi d’inverno e freschissimi
l’estate potremmo farne di cose intelligenti! Beh prima
di tutto parlo per me e faccio un attento esame delle svariate
azioni quotidiane sbagliate: docce interminabili, luci accese
anche quando e dove non serve, uso di elettrodomestici in
orari in cui la richiesta energetica è molto alta,
finestre spesso aperte in pieno inverno per il fumo della
sigaretta e così via (povero diagramma di carico!).
Ho trovato molto utili anche le informazioni sulla progettazione
e la gestione della casa per il risparmio energetico.
Ho provato profonda stima e ammirazione per Bettini; non
conoscevo l’Operazione Colomba e pensare che ci sono
persone che decidono di lasciare il proprio quotidiano per
inserirsi come tramite durante i conflitti, mi ha fatto riflettere
molto: entrare in contatto con persone che vedono la morte
ogni giorno e cercare di creare ponti di comunicazione credo
sia un compito estremamente difficile che solo poche persone
riescono a prendersi la responsabilità di adempiere,
rischiando, anche loro, la vita in prima persona.
Mi ha colpito particolarmente l’incontro con Azim e
Xuemei. Azim parlandoci delle sue difficoltà di integrazione
ha attirato molto la mia attenzione quando ha detto che uno
dei primi ostacoli, oltre a tutti gli altri molto grandi
da superare, è stato quello della comunicazione. Andare
in un paese senza conoscerne la lingua, almeno che non ci
si vada in vacanza, è una prova veramente difficile.
Qualche giorno fa ho partecipato a una lezione di ebraico
per principianti: l’insegnante è entrata parlando
in ebraico e ha continuato così per due ore, ha coinvolto
tutti senza mai usare una parola in italiano. Il suo scopo
era quello di farci capire cosa prova una persona che deve
comunicare ma non ha gli strumenti per farlo; ci siamo sentiti
tutti molto insicuri, e quando venivamo interpellati dovevamo
rispondere utilizzando le poche parole imparate in quei minuti.
E’ stata un’esperienza molto particolare perché quando
vuoi dire qualche cosa e non ci riesci ti senti escluso.
Questa lezione di ebraico mi ha fatto pensare a come si devono
essere sentiti a disagio Azim e Xuemei arrivati nel nostro
paese e come deve essere stato difficile per loro sentirsi
parte di un mondo così diverso sotto molti aspetti.
Da qualche anno vivo a Roma nel quartiere “Esquilino”famoso non
solo per essere un quartiere ‘internazionale’, ma anche perché è popolato
da una grande comunità cinese; mi sono sempre chiesta quali fossero
le loro usanze, i loro modi di vivere, le loro preferenze e in quattro anni
non ho mai scoperto assolutamente nulla, se non una grande chiusura nei confronti
degli occidentali. L’intervento di Xuemei mi ha però permesso
di entrare un po’ di più nel ‘loro’ modo di pensare:
alla fine del suo intervento mi sono avvicinata a lei per chiederle se conoscesse
Piazza Vittorio (la piazza in cui vivo) perché ero sicura che mi avrebbe
risposto di si ed effettivamente così è stato. Allora ho preso
coraggio e le ho detto che molte volte avevo provato a conversare con ‘loro’ e
che nessuno aveva mai proseguito la conversazione più dello stretto
necessario; la sua risposta mi ha quasi sbalordito: “Lo so, i cinesi
non parlano o parlano poco perché a volte si sentono anche inferiori
nei confronti degli occidentali!” Non ero sicura di aver capito bene
e le ho chiesto di ripetere, la risposta è stata la stessa…e pensare
che ho sempre creduto fosse il contrario!
Prima di conoscere l’associazione Tremembé sapevo poco anche sul
turismo responsabile; personalmente ho sempre vissuto il viaggio come occasione
di svago, divertimento, vacanza, riposo e osservazione distratta di ciò che
mi circondava. Solo negli ultimi anni ho cominciato a concepire i viaggi come
momento di conoscenza di altre culture e di altri modi di vivere perché mi
sono resa conto che mi aiutavano a capire un po’ anche me stessa. Poche
volte avevo riflettuto su quanto il turismo potesse avere un impatto ambientale,
sociale ed economico negativo specie nei paesi non industrializzati. L’ultimo
incontro incentrato sul turismo responsabile mi ha dato l’impressione
di essere come un cerchio che si chiude accogliendo al suo interno un po’ tutte
le tematiche affrontate. Grazie alle foto di coloro che sono stati in Brasile
e in Bosnia gli anni passati ho capito che molte cose si possono fare mantenendo
il rispetto per le persone e l’ambiente che le circonda.
Alessandra RACCONTO DEL
PERCORSO SVOLTO CON L’ASS.
TREMEMBE’
Ciao !
Ecco i miei pensieri:
E stato importante per me incontrarci. Ho sentito delle cose
nuove e delle conferme, da parte di "specialisti" di
quello che gia pensavo.
E' importante condividere le proprie esperienze con gli altri,
essere consapevoli che pensiamo in maniera simile e così sentirsi
uniti.
Forse questa è una mia piccola speranza: che insieme
si possa reagire più in maniera più forte alle
ingiustizie, contro i mali del mondo.
Tuttavia, a parte alcuni dati e alcune informazioni che più o
meno già si sapevano, forse mi aspettavo di avere
qualche risposta n più, qualche consiglio su come
fare, come reagire all'egoismo di pochi che "possiedono" il
mondo e non fanno altro che sfruttarlo.
Spesso mi sento incapace e impotente. Mi piacerebbe che qualcuno
dicesse in maniera più chiara che cosa fare, come
unirsi per cambiare qualcosa.
Elzbieta
RACCONTO
DEL PERCORSO SVOLTO CON L’ASS.
TREMEMBE’
Piccole considerazioni:
per quanto concerne la ripartizione delle ricchezze è l’eterno
problema,me lo pongo da quando ho cominciato a guardarmi
attorno. Una rivista che io amo molto è Nigrizia.
Leggo e seguo Padre Zanotelli, il loro grido verso questo
scandalo è continuo e alto. Come affrontarlo nel quotidiano???
Banca etica, attenzione al prossimo, limitare il superfluo…il
messaggio evangelico lo propone da ben 2000 anni. Ma anche
partecipare, arrabbiarsi, sognare e sperare, anche se è molto
difficile. Da questo il mio coinvolgimento nell’Associazione
Tremembé e in altre iniziative. Per quanto concerne il corso mi sono stati ampliati e ribaditi
concetti che già abbracciavo. Quello che maggiormente
mi ha intrigato è stato l’entusiasmo, il coinvolgimento
dei vari relatori. Lavorando è stato un po’ faticoso, forse si
potrebbe rendere più lieve con gruppi di lavoro che
darebbero così la possibilità di conoscersi
e di mettere meglio a confronto le proprie considerazioni. Irma
RACCONTO
DEL PERCORSO SVOLTO CON L’ASS. TREMEMBE’
“Chiare fresche e dolci acque………”
Il primo incontro della programmazione del corso “Globalizzazione,
squilibri e nuovi stili di vita”, sul tema dell’acqua,
proposto dall’Associazione Tremembè, sostenuto
con passione e competenza dalla Signora Di Tolla e svoltosi
a Cognola il 26 settembre 2006 mi ha sorpreso e coinvolto,
come non avrei mai immaginato.
Infatti, l’acqua, per me, abitante della cosiddetta
parte ricca della Terra, è un elemento, oltre che
uno strumento per dissetarmi e usato per l’igiene in
generale, che mi viene offerto in maniera quasi gratuita
dalla società in cui vivo, che è quella dei
cosiddetti ricchi.
La stessa acqua che forma gli oceani, i fiumi, i laghi.
Sapevo di come queste acque influenzino gli equilibri della
nostra vita e di come, nel corso dei secoli, l’uomo
abbia, in nome del progresso, manipolato e forzato la loro
residenza abituale.
La Signora Di Tolla ha cercato, nel breve tempo a lei concesso,
di farci intendere come il deviare il corso di un fiume,
possa nel tempo, avere riflessi disastrosi sulla vita del
nostro pianeta o come un lago, una montagna possano letteralmente
essere feriti o uccisi dall’intervento umano, dietro
al quale, il più delle volte, oltre che all’ignoranza,
si nasconde la voglia di un tornaconto economico di pochi,
spacciato per equivalente progresso, impoverendo coloro i
quali dovrebbero essere i reali fruitori di questo prezioso
elemento.
Ha fatto intravedere quale meraviglioso sistema di equilibri
esista in natura, quanto però questi siano anche delicati
e quanti la volontà di profitto di pochi stia portando
gradatamente alla distruzione degli stessi
Infine mi ha colpito sentire come la nostra cultura privilegi
quella classica a quella scientifica, che ha fatto sì che
non ci si renda conto di come la scienza possa darci risposte
concrete riguardo ai disagi, oltre che ai disastri che hanno
martoriato la Terra nel corso del tempo e a come oggi, in
questa cosiddetta società evoluta, stiano tornando
antichi flagelli, che hanno sterminato intere generazioni,
per i virus, annidati nelle ossa dei morti, conservati dal
freddo e tornati vivi a causa del riscaldamento del nostro
pianeta.
Ho pensato allora, non senza una certa inquietudine, che,
un po’ alla volta, l’ignoranza e la mancanza
di interesse su taluni argomenti, possano, come il deviare
il corso di un fiume, allontanarci dall’essere consapevoli
della nostra realtà e che il cosiddetto progresso
possa rendere la poesia del Petrarca un qualcosa di mai esistito.
Enza L’esperienza in Brasile – relazione
della tutor Chiara Santamaria Il viaggio in Brasile si è svolto dal 21 gennaio
al 12 febbraio ed è stato preceduto da una adeguata
preparazione del piccolo gruppo coinvolto (tre corsisti più la
moglie di uno di questi). Si è infatti provveduto
ad istruire preventivamente e diffusamente i partecipanti
su tutti gli aspetti del viaggio, sulle condizioni sociali
e ambientali del luogo di destinazione e sulle comunità che
ci avrebbero accolti. Sono stati suggeriti alcuni libri e
alcune pellicole da visionare, esortando i partecipanti a
cercare da soli spunti e notizie utili a rendere più interessante
e variegata l’esperienza. Lo scopo degli incontri preventivi è stato
anche quello di far emergere paure, aspettative, richieste
e timori e di rendere consapevoli i viaggiatori che la riuscita
dell’esperienza era nelle mani di ciascuno e non del
solo tutor. E’ stato infatti più volte sottolineato
che, oltre alla responsabilità organizzativa, il ha
principalmente il compito di facilitare l’esperienza
e fare da mediatore con le persone e le realtà locali,
gestendo in modo fluido le dinamiche di gruppo.
I partecipanti hanno dimostrato di aver ben recepito il messaggio,
tanto che il viaggio si è rivelato proficuo e piacevole.
Si sono incontrate alcune comunità locali con le quali
esiste ormai un rapporto consolidato: Tremembè, Coquerinho,
Palmera, Redonda, Sem Terra di Sao Miguel e i Sem Terra “Olga
Benario”, insediamento con il quale si sono stretti
rapporti solo di recente, ma la cui visita è stata
molto significativa perché le condizioni di indigenza
e precarietà in cui versa la comunità hanno
profondamente toccato e fatto riflettere i viaggiatori. Non
sono mancanti comunque momenti di svago e divertimento con
i quali si inframmezzavano gli incontri con le comunità e
le visite, davvero numerose, a centri sociali e cooperative
di vario genere. L’aspetto culturale non è stato
trascurato, dato che, specialmente a Fortaleza, si sono visitati
musei e luoghi significativi per comprendere la storia e
la cultura del nord-est brasiliano. Durante i giorni passati
insieme le persone si sono ulteriormente avvicinate e coese,
tanto che comprensione e appoggio reciproco non sono mai
mancati. Spesso si sfruttavano i lunghi trasferimenti con
gli autobus locali per mettere in comune idee, impressioni
e riflessioni.
La positività dell’esperienza è stata
inoltre ribadita in alcuni incontri successivi, con i quali
si è voluto idealmente prolungare la bella esperienza
condivisa, scambiandosi ulteriori idee e rivedendo insieme
le tante immagini scattate. Chiara Santamaria
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