Agosto 2003

Si affaccia sull’oceano la “POUSADA REST. TREMEMBE’”, a trenta o trecento metri, dipende dall’ora. Non è chiaro se l’abbreviazione sia dovuta a carenza di vernice nera o alla fretta di finire, prima dell’alta marea.

Una pesante, metallica e singolare porta scorrevole immette nel patio gli ospiti e le loro automobili, che vengono parcheggiate davanti alle rispettive stanze, allineate sotto un ampio porticato, dalla base delle cui colonne sbucano generose le bouganvilles.

Chi andrà a Pereiro, dentro il sertao, fin sulla serra protetta da un Corcovado minore, scorgerà altre di quelle strane porte ondulate come e capirà come non sia un caso che lì viva don Gino, trentino, costruttore della struttura, che richiama il “digamma cottage” foscoliano in versione rustico marinara.

Un muro, su cui mani leggiadre hanno dipinto delle mongolfiere, forse per spezzarne la monotonia,

congiunge le due ali laterali dell’edificio, chiudendo il digamma e trasformandolo in un rettangolo. Oltre quel muro, palme e folti cespugli, che riescono a crescere rigogliosi anche sulla sabbia della duna. Davanti al mare, coperto da uno spesso tetto di “cocoero”, un gazebo: distesi su un’amaca e cullati dal vento che rende mite il calore tropicale, ci si illumina di immenso quando il mare, lontano e pacato come argento liquido il mattino, si increspa via via, diventando sempre più azzurro e vicino. O quando il cielo, incredibilmente stellato, è solcato da una via lattea sterminata.

La notte è lunga, vicino all’equatore, ed il suo silenzio è quasi assordante, quando il ruggito dell’oceano si accoppia con il sibilo del vento tra le palme e concilia un sonno profondo, ristoratore. Di giorno sovrasta gli altri rumori, annullandoli e dando alla spiaggia il fascino dell’irrealtà.

Ma Tremembé non è solo un luogo ameno, generose colazioni tropicali, aragoste profumate al latte di cocco e servite dal sorriso di Marcio e Bernardina: Tremembé è anche un ritrovo socio-culturale, occasione di incontri e di esperienze comunicative e relazionali.

Non solo per la tipologia di turisti decisamente “responsabili” che vi approdano, ma soprattutto perché qui c’è la possibilità di istaurare rapporti intensi e veri con la realtà locale, con le persone. Quando si partecipa ai gruppi di incontro o si visitano i progetti: i lavoratori della cooperativa del caju, i ragazzi a rischio del Pedregal, l’accampamento dei sem terra, gli attori di strada di Redonda….

O quando si va a cena da Padre Lopes, nella parrocchia più stimolante ed unica al mondo: qui l’accoglienza ha il volto della simpatia, dell’humor, dell’allegria. I sentimenti sono forti e profondi.

Qui si percepisce come amore e solidarietà non perdano il nome di azione.

E si sente struggente il bisogno di tradurre in realtà le parole della canzone:

“Certi amici non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano…”

(Bruna F.)

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